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    Il cielo d’Irlanda

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    Ci sono momenti che vanno considerati come fasi di passaggio, riti di iniziazione a uno stadio successivo di vita più maturo e consapevole: il primo bacio, la prima ferita sul cuore, la prima ceretta integrale. Tra tutti questi mattoncini che andranno a comporre il nostro io futuro, una cosa da fare almeno una volta è partire con le amiche. A questa grande rivelazione ci sono arrivata un po’ tardi ma ci sono arrivata, d’altronde sono bionda e più di tanto non posso pretendere da me stessa.

    Facciamo subito una premessa, così ci leviamo il pensiero. Io non amo particolarmente alcune situazioni sociali che altri ritengono più che accettabili: tollero il contatto fisico solo se proviene dall’amante di turno, non mi piace dormire con amiche e/o parenti e preferisco viaggiare in coppia. Quindi per me scegliere di viaggiare con due amiche è stato seriamente un mettermi in discussione in un periodo in cui la mia vita già aveva preso una svolta inaspettata. Ma andiamo con ordine perché già sento il filo del discorso lasciarmi e nessuna Arianna a tenerlo per me.

    GIORNO UNO – La meta del nostro viaggio, da subito, era ricaduta su Dublino. Ci avevano sconsigliato di andarci a gennaio, troppo freddo, troppo umido, troppo tutto dicevano, ma siccome vola solo chi osa farlo (soprattutto con Ryan Air che saluto con lo stesso trasporto che i coniugi Rosa e Olindo riservavano ai vicini di casa), abbiamo deciso di partire comunque.

    La città ci accoglie così come ce l’aspettavamo: grigia sotto un cielo pesante di pioggia sottile. Ce l’avete presente quando incontrate una persona e, nonostante tutti gli sforzi per convincervi del contrario, sentite che state per prendere una cotta in pieno viso? Sì che ce l’avete presente teneroni che non siete altro. Mentre la città comincia a prendere forma dietro i finestrini dell’autobus, io sento che sarà una di quelle vacanze che non dimenticherò facilmente. Come avrei scoperto nei giorni a venire, l’Irlanda è di una magnificenza non urlata che mi ha fatto innamorare abbastanza velocemente.  In più quel tipo di clima non mi dispiace affatto. Preferisco scrivere “t’amo” sulla neve che non sulla sabbia.

    Dall’aeroporto prendiamo un pullman a due piani che ci scarica direttamente nel quartiere di Temple Bar, l’ora di pranzo è passata da tempo e sulla strada verso il nostro appartamento, decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa. Apro di nuovo una parentesi così facciamo cambiare un po’ l’aria. A Dublino, come in quasi tutte le grandi capitali, si può trovare una larga offerta alimentare. Magari non i rigatoni con la pajata, anche se non ne sono così certa, ma di sicuro la scelta è variegata. Noi  però abbiamo deciso di dedicarci esclusivamente ai pub, quattro giorni di full immersion in quella che ci sembrava la parte più verace d’Irlanda.

    Primo tappa, il Porterhouse Temple Bar. Quasi tutti quelli che sono stati a Dublino di solito esordiscono con “Ci sei stato in quel pub carinissimo con gli interni in legno?”. Ecco, è come dire a uno che è appena tornato da Roma se ha camminato sui sampietrini. La maggior parte delle birrerie hanno gli interni in legno e sono così deliziose da farti venire voglia di viverci dentro. La ragazza che prende le nostre ordinazioni ha un sorriso accogliente così come tanti degli irlandesi che abbiamo incontrato durante la nostra vacanza. Prendiamo delle alette di pollo glassate al miele e salsa barbecue che da sole valgono il prezzo del biglietto. Siccome sono molto attenta a onorare gli usi e i costumi dei luoghi che visito, da quel momento la mia quasi esclusiva fonte di idratazione sarà la birra. Accompagno, quindi, il mio sandwich con una Oyster Stout che mi mette subito a mio agio.

    Una cosa importante da sapere, anche ovvia, ma che comunque vale la pena sottolineare è che in Irlanda i piatti sono considerevolmente abbondanti. Non avendo il nostro schema tattico antipasto/primo/secondo, vengono serviti dei piatti che pesano quanto un bambino di sei mesi. Tu sei convinto di aver preso dell’arrosto, loro lo accompagnano con quindici verdure diverse, trentadue varietà di patate e ricoprono il tutto con una salsa ai trigliceridi. Speranze di salvarvi: nessuna, ma tanto moriremo tutti, tanto vale che succeda sotto una valanga di salsa al formaggio.

    Arranchiamo verso il nostro appartamento prenotato su Airbnb, dove ci diamo una veloce sistemata prima di fare un giro di ricognizione nel nostro quartiere.

    La paura maggiore quando ho deciso di intraprendere questo viaggio risiedeva nell’età delle mie compagne di avventura, due ventenni splendide e intraprendenti, che già riuscivo a immaginarmi mentre mi trascinavano nei peggiori bar di Dublino a vivere serate dissennate ad alta gradazione alcolica. Sbagliato. Mai sottovalutare, infatti, la potenza dello scoutismo. Prima che giovani, queste due erano state scout e quindi non solo avevano sempre nelle loro borse generi di prima necessità, ma anche un grande senso del dovere. Il giorno dopo ci aspettava una levataccia e quindi l’unica concessione della serata è una Shepherd’s pie da O’Neill’s. Dicesi Sheperd’s pie un piatto così calorico che te lo serve direttamente un chirurgo vascolare e che si presenta come una cupola di purè, al di sotto della quale giace un ragù di agnello e piselli. Alla prima cucchiaiata la sorpresa di affondare fino a questo magma saporito di carne, alla seconda sei già in fila all’anagrafe per farti cambiare cognome in Malone.

    Apro una parentesi e poi l’ultimo la chiuda, questa storia che l’Italia ha la cucina migliore del mondo e il mare bello che pare di stare ai Caraibi e Spinaceto che tutto sommato pensavo peggio, va ridimensionata. Io a Dublino ho mangiato bene nonostante quattro giorni senza pasta e sono qui per raccontarlo. Ma andiamo avanti.

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    GIORNO DUE – Cliffs of Moher. Letteralmente all’alba del giorno dopo ci svegliamo per intraprendere il nostro primo tour. Come funziona: ci sono delle compagnie che offrono la possibilità di fare dei tour in giornata alla scoperta dei dintorni di Dublino. Noi abbiamo scelto la Paddywagon Tours e in particolare l’itinerario delle Cliffs of Moher, scogliere imponenti a picco sul mare. La prima tappa è nel piccolo villaggio di pescatori di Kinvara, dove una manciata di case colorate si affacciano sul porto. Come ho già premesso all’inizio, L’Irlanda è di una bellezza sorprendente. Tu credi di conoscerla in parte per via dei film visti, ma quando ci sei, ti coglie impreparato. Ogni metro quadrato racconta una storia, ti parla di leggende e ti sussurra incatesimi. Qui fotografare diventa quasi un’urgenza. Anche solo gli spostamenti tra un paesino e l’altro sono degni di nota, perché la natura magnifica incornicia qualsiasi cosa.

    Attraversando la strada che costeggia le scogliere, lasciamo Kinvara e raggiungiamo il Burren, un tavolato calcareo che ospita anche le Mini Cliffs, un assaggio delle sorelle più grandi che avremmo incontrato di lì a poco. Ora, perché vengano chiamate mini io non l’ho capito, a me sono sembrate sufficientemente alte per morire sul colpo scivolandoci sopra. Avete presente Bear Grylls? Ecco, io sono dall’altra parte della scala evolutiva, quindi mi rendo conto di esagerare un tantinello, ma ricordate che in Irlanda soffiano dei venti abbastanza burrascosi. Quindi se avete voglia di farvi un selfie sul bordo di un’altissima scogliera, fate prima testamento.

    Nel frattempo si fa l’ora di pranzo, che più o meno è sacra in ogni paese. Ci fermiamo a Doolin, un altro piccolo villaggio dove finalmente assaggio la seafood chowder, una vellutata di pesce che ogni menù irlandese vi propinerà. Zuppa gustosa che però non ha abbastanza grassi per i miei gusti e che decido di annaffiare con una birra chiara nel rispetto delle tradizioni. Qui bere è un imperativo e io ho obbedito tutto il tempo.

    Finito di mangiare, arriviamo alla tappa protagonista del tour: le Cliffs of Moher. Vorrei conoscere sufficienti vocaboli per restituire un quarto dell’effetto che queste scogliere fanno, mentre il vento soffia prepotente e l’oceano ribolle metri più giù. Ma purtroppo sono bionda e mi limito a insistere affinché una volta nella vita andiate da quelle parti. Anche perché, se siete fortunati, anche se è una giornata plumbea in cui la pioggia vi sferza il viso e voi vi state chiedendo come si bestemmia in gaelico, i raggi del sole squarceranno all’improvviso il cielo e voi starete lì, inebetiti, convinti per un attimo che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili.

    Finiamo la serata allo J.W.Sweetman, un elegante pub in legno con i camini accesi e un gruppo di musiche tradizionali dal vivo. Calorie ingurgitate per superare lo stato di ipotermia da scogliere suggestive ma fredde: un miliardo. Vite umane riportate a casa: tutte.

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    GIORNO TRE – Giant’s Causeway. Un’altra cosa che abbiamo imparato da questa esperienza, è che l’Irlanda è piccola ma piena zeppa di posti da visitare, quindi incuranti della mancanza di sonno che comincia ad affacciarsi sui nostri volti, all’alba della mattina dopo siamo di nuovo su un pullman stavolta in direzione Giant’s Causeway.

    Una piccola curiosità per gli amanti del genere: questo tour ripercorre diversi dei set usati per Game of Thrones. Se siete degli appassionati come la sottoscritta, verrete guardati male dalle vostre compagne di viaggio mentre lanciate gridolini entusiasti ogni cinquecento metri, ma conquisterete per sempre il cuore del vostro fidanzato nerd. Non avete un fidanzato nerd? Nella prossima puntata vi spiegherò come catturarne uno mettendo un piatto di biscotti davanti a un anime giapponese.

    Ma torniamo a noi. Giant’s Causeway, o Selciato del Gigante, è un sito UNESCO che prende il suo nome dalle colonne basaltiche che si sono formate a causa di un’eruzione vulcanica. La leggenda vuole che queste colonne formassero invece una strada che portava il gigante irlandese Finn McCool dal suo acerrimo nemico scozzese. Quello che oggi ci rimane è un luogo che ha una potenza emotiva che lascia senza fiato, tutto qui è maestoso.

    Lasciato a malincuore il Selciato del Gigante, raggiungiamo The Dark Hedges, un viale suggestivo dove i faggi, voluti dalla famiglia Stuart nel XVIII secolo per impressionare gli ospiti, hanno formato un’intricata galleria di rami. Obbligatoria è la foto e il successivo intervento di Photoshop per togliere le millemila persone che, come voi, sono accorse per vedere questo fenomeno.

    Si continua ancora attraverso paesaggi dai colori vividi nonostante il grigio portato dalle nuvole, per concludere il tour a Belfast, dove però ci fermiamo troppo velocemente per poter esprimere un giudizio. Se però devo esprimere un giudizio a pelle, allora posso dire che l’ho trovata meno caratteristica di Dublino, ma mi riservo il diritto di tornarci.

    Come luogo per la nostra ultima cena irlandese, scegliamo l’Old Storehouse, un pub dove finalmente assaggio il fish and chips. Buono ma senza le vertigini che mi ha dato la carne locale.

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    GIORNO QUATTRO – Dublino sa essere essere anche una zuzzurellona e decide di farci trovare una giornata primaverile prima di riprendere l’aereo. Ne approfittiamo per vedere velocemente il Dublin Castle e la St. Patrick’s Cathedral, per poi fermarci al Trinity College, uno degli istituti più antichi di Irlanda che per un momento mi ha fatto venire voglia di tornare sui banchi. Poi per fortuna sono stata distratta da uno scoiattolo che mangiava i fiori delle aiuole ed è passato tutto. In uno degli edifici che compongono il Trinity è ospitata la Old Library, una prestigiosa biblioteca con oltre 200.000 volumi tra cui The Book of Kells, un antico manoscritto miniato di così alto valore da essere tenuto in una teca.

    La cosa che a me personalmente ha più colpito della biblioteca è stato l’odore prima ancora di vederla, quell’odore di volumi antichi e legno e umido. Un profumo ancestrale di tradizioni sempiterne. E quando finalmente accedi alla sala, la magnificenza degli archi e dei marmi ti lascia in un deferente silenzio. Non so se si è intuito, ma le biblioteche hanno un grande effetto su di me.

    Tornate nel sole cittadino, risaliamo su per Grafton Sreet (una delle strade più frequentate) fino a St. Stephen’s Green, un parco lussureggiante dove passeggiamo tra i cigni e ci godiamo le ultime ore prima del ritorno.

    Il nostro viaggio finisce qui, in una giornata luminosa che fa presagire la primavera. E questo è il momento in cui tiro le conclusioni di un viaggio che ha avuto dell’incredibile:

    • Ho bevuto sempre, pranzo e cena, sono molto rispettosa delle tradizioni altrui. Il picco l’ho raggiunto quando sull’aereo le mie compagne di avventura hanno intavolato un frizzantissimo gioco chiamato “contiamo quante birre ha bevuto Agnese in quattro giorni”. Mai abbastanza comunque.
    • L’Irlanda può non essere facile: ventosa, fredda, piovigginosa. Ma si fa perdonare.
    • Un viaggio può essere terapeutico e le persone che ti accompagnano dei potenti medicinali se sono quelle giuste. Per questo io ringrazierò sempre Benedetta e Silvia per avermi convinto a fare questa esperienza. È merito loro se da quel momento ho ricominciato a ricucire le mie ferite.

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