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    New York, un posto da chiamare casa

    PREVIOUSLY ON KILLBILLA: Questo su New York è l’articolo che segue quello su New Orleans che potete trovare qui. Entrambi i racconti di viaggio fanno parte della stessa vacanza che io e il Dottore abbiamo fatto a novembre 2018 negli Stati Uniti.

    Cercare di raccontare e sintetizzare New York per me è un’impresa titanica; parliamo di una città “tanta”, così zeppa di cose da fare, vedere e mangiare che servirebbero due vite per comprenderne metà. Io ci sono stata più di una volta perché lì è dove ha deciso di vivere la mia migliore amica e ogni volta mi sembra di trovare qualcosa che mi era sfuggito la volta precedente.

    So che ci sono persone a cui New York rimane indifferente, come ci sono persone che votano Salvini o che ancora credono che una camicia ricamata fa di un professionista, un professionista migliore. Succede, il compito di noi sani di mente è cercare di riportare le cose sui binari giusti.

     

    GIORNO UNO – Arriviamo all’aeroporto JFK nel primo pomeriggio; io sono in trepidante attesa di vedere le reazioni del Dottore di fronte a una delle città che amo di più al mondo. Come ho già premesso, so dell’esistenza di persone a cui New York non è piaciuta, ma quelle persone non sono il mio fidanzato. Ci sono alcune cose su cui non posso scendere a compromessi con un partner (e proprio perché ho provato a farlo negli anni fallendo miseramente, so di cosa parlo): la fede politica, la fede religiosa, i gusti musicali, i gusti alimentari, Palermo e New York. Per il resto sono disposta a trattare.

    La risposta attesa non tarda ad arrivare, ai primi grattacieli che si stagliano nella luce dorata del pomeriggio, ho paura che Alessio si rotoli fuori dal taxi per guardare ogni muro che incontra. Penso di aver visto il colpo di fulmine scattare.

    Prendiamo possesso della nostra camera al Broadway Plaza Hotel e siamo pronti a iniziare la nostra avventura newyorkese.

    Il privilegio di avere in città qualcuno che la conosce bene, è poter conoscere alcuni aspetti altrimenti nascosti ai turisti. Come per esempio andare a Brooklyn per una cena tra amici ed entrare in uno di quegli edifici con le scalette fuori dove ancora sono esposte le zucche di Halloween. 

    Io sono in preda a una vasta gamma di emozioni, che vanno dalla stanchezza di aver preso tre voli in meno di una settimana, all’emozione di presentare tra di loro alcune delle persone più importanti della mia vita. La farò breve: è stato bellissimo e straordinariamente normale entrare nella casa di Barbara e Eddie. Eccoci tutti quanti qui, i nuovi amori da coltivare e i vecchi amori che hanno già messo alla prova la loro resistenza, tutti riuniti intorno all’isola che domina la cucina.

    L’appartamento è ancora più bello di quello che avevo potuto vedere dalle foto, d’altronde i padroni di casa sono due architetti con gusto e intelligenza. Mentre giro per le stanze mi chiedo come facciano a uscire invece di rimanere chiusi a fotografare ogni angolo di questo gioiello. C’è una poltrona di design accanto a una finestra a bovindo da cui guardare le stagioni succedersi, il parquet di legno sbiancato dove camminare rigorosamente scalzi, il frigorifero gigante, il tavolo di marmo, il giradischi, il pianoforte appoggiato a una parete, la stanza colorata di Ulisse.

    Stappiamo delle birre bevendo direttamente dalla bottiglia e assaggiamo le specialità americane che hanno pensato di farci assaggiare come benvenuto, dalle devil’s eggs al mac&cheese e chiacchieriamo come se ci fossimo visti la settimana precedente. Non lo so spiegare ma ci sono dei rapporti che riescono a sopravvivere al tempo e ai suoi cambiamenti, rimanendo vigorosi come se non fosse passato un giorno. Io e Barbara ci siamo conosciute che avevamo dieci anni e un carattere davvero diverso per poterci prevedere grandi amiche. Invece eccoci qui quasi trent’anni dopo, a parlare in italiano approfittando dei momenti in cui Eddie fa il bagnetto al biondo Ulisse e servendoci ancora un’altra porzione di ribs. 

    Non potevo sperare in un inizio di vacanza così promettente, nel calore di un appartamento, circondata dagli affetti. 

    GIORNO DUE – È una mattina splendida a New York, di freddo secco e sole. Ci incamminiamo verso il Lower East Side per un brunch con i nostri amici da Russ and Daughters; la cosa più complicata è non fermarsi ogni venti metri per fotografare le scale antincendio di un edificio o guardare a bocca aperta la pattuglia di polizia mentre gira con la sirena accesa. Tutto qui è da fotografare, toccare, guardare, assaggiare. È una città familiare e allo stesso tempo con uno stile di vita così differente dal nostro, che può sopraffare.

    Il locale si rivela essere un posto luminoso a conduzione familiare dove, appese alle pareti, ci sono le foto in bianco e nero delle varie generazioni e dove si possono gustare piatti ebraici e un sacco di aringa. Non lasciatevi ingannare dall’aringa, qui troverete anche gli elementi della colazione americana: uova, french toast e succo d’arancia; siate però coraggiosi e fate colazione con i loro prodotti di punta.

    A proposito, so che lo sapete, ma ve lo ripeto: a New York troverete quasi tutti i tipi di cucina ai prezzi più disparati, potreste lasciare un rene in un ristorante come mangiare qualcosa di più abbordabile nelle grandi catene. Che la vostra massima espressione di avventura sia cenare con gli involtini primavera, o che proviate qualsiasi cosa più o meno morta vi presentino nel piatto, New York può accontentarvi.

    Finita la gustosa colazione, ci dirigiamo verso DUMBO, il quartiere industriale compreso all’incirca tra il Brooklyn Bridge e il Manhattan Bridge, oggi riqualificato con ristoranti, gallerie d’arte e appartamenti costosi.

    Qui si gode di una vista privilegiata sullo skyline di Manhattan, quindi armatevi di pazienza perché la gente fa la fila per una foto con il ponte alle proprie spalle. Compensa il tutto la passeggiata che si fa sulle rive dell’Hudson, la vista e la capatina al Jen’s Carousel, una giostra di cavalli all’interno di una struttura di vetro che fa molto Mary Poppins.

    Finito di passeggiare in quella zona, salutiamo i nostri amici e ne approfittiamo per attraversare il ponte a piedi. Anche qui mi tocca fare una precisazione: il ponte è lungo, pieno di gente e di ciclisti matti. A New York credo di aver visto la più alta concentrazione di ciclisti bulli che spadroneggiano per le strade e marcano il loro territorio con la veemenza di un leone; se disgraziatamente vi trovate sulla loro porzione di strada, sapranno rimettervi al vostro posto. A volte anche quando state al vostro posto vi ci rimettono. Ma anche qui, state camminando su quel ponte che da ragazzini vedevate solo sul pacchetto di gomme, che importa se dovrete beccarvi qualche insulto che il più delle volte non capirete?

    Concludiamo la giornata da Dons Bogam Korean BBQ, che come suggerisce il nome è il barbecue coreano dove su ogni tavolo è posta una griglia su cui cuocere il proprio cibo. Consiste nell’arrostire la carne su una griglia posta al centro del proprio tavolo: molto pittoresco, delizioso e anche molto costoso. Non dimenticate mai, mai e poi mai la mancia.

     

     

     

     

    GIORNO TRE – Dicevamo, New York è così ricca di cose da fare che mettete nel computo una visita a uno dei tanti musei, cosa che richiede quasi una giornata. La scelta ricade sull’American Museum of Natural History, quello del film con Ben Stiller per intenderci. Ci incontriamo con Barbara e il figlio a Central Park per fare un giro prima di iniziare la visita; siamo a novembre, l’autunno ancora è prepotente e regala colori così scenografici da sembrare irreali. Passeggiamo tra l’oro, il rosso, il verde e ancora il giallo, gli specchi d’acqua dove galleggiano placide le barche e gli scoiattoli in cerca di cibo. New York sa come rendere magica l’atmosfera.

    Il museo di storia naturale è enorme, quindi bisogna scegliere cosa vedere per non rischiare di perdere le prime cinque ore a guardare i mammiferi. Le ricostruzioni dei vari habitat, della flora e della fauna esistente dalla notte dei tempi è talmente ben fatta che vi sembrerà di passare dall’atmosfera incantata della corte dell’Imperatore del Giappone alla sensazione di essere improvvisamente osservati da un dinosauro. Camminerete tra le farfalle, i Maya e le balene. È un museo suggestivo che fa sentire un po’ bambini, un po’ Indiana Jones. Il biglietto ha un costo suggerito sui 20 dollari, ma è a offerta libera, quindi se decidete di devolvere solo un dollaro, va bene lo stesso. Cercate però di non lesinare sulla cultura.

    Compresa nel biglietto c’era anche la visita al Rose Center for Earth and Space, dove imparare 13 miliardi di anni di storia dell’universo; molto utile se si vuole avere una consolazione dopo tanto cibo: qui infatti ci sono le bilance che vi dicono quanto pesereste su pianeti diversi. Io su Marte peserei quanto un mio braccio. Una volta fuori dal museo, ringalluzziti dall’aver scoperto che il peso è una questione che va oltre la vostra volontà, fermatevi a gustare un hot dog da uno dei tanti baracchini disseminati in giro.

    Non paghi della giornata intensa, decidiamo di intrattenerci ancora in giro per godere delle luci di Times Square di notte, quando la zona offre il meglio di sé e Blade Runner diventa un pochino più plausibile.

    GIORNO QUATTRO – L’ho già detto che New York è “tanta”? È come una torta golosa di cui vi siete già rimpinzati giurando di non mangiare mai più, poi la vedete e pensate “vabbè, ormai”. Siamo quindi di nuovo per strada, per raggiungere Barbara, fare colazione insieme e vedere il suo ufficio. Parentesi: tra i posti dove ho mangiato i migliori donut cito Dough, City Bakery e Doughnut Project, dove mangiare ciambelle che nulla hanno a che fare con quelle cose plasticose che vendono in Italia. 

    L’ufficio di Barbara è esattamente come ti immagini possa essere un luogo di lavoro a Manhattan, luminoso, con tanti fogli attaccati alle bacheche e dove la ragazza con i capelli fucsia e il vestito dark convive con il manager in giacca. Chiaramente io non conosco la situazione lavorativa newyorkese da vicino e sono certa che ha le sue pecche, ma l’impressione generale è stata buona e almeno ora riesco a immaginare dove passa le sue giornate la mia Barbara.

    Finito con lei, ci dirigiamo in un altro dei luoghi cult: il Katz’s Delicatessen. Meglio conosciuto come location per il film Harry ti presento Sally, il locale è un deli dove mangiare su tovagliette di carta e vassoi di plastica, un posto senza grandi pretese e super affollato che ha come cavallo di battaglia il pastrami.

     

    Digeriamo camminando verso Soho, entrando nell’Apple Store e nel Google Hardware Store per scaldarci e vedere le ultime novità in fatto di tecnologia. Ce lo vogliamo dire della tecnologia qui a New York? vi basti pensare che in Italia non esistono negozi Google.

    Inutile ricordare anche che qui ogni negozio, ogni angolo, ogni insegna merita una visita a sé, quindi stanchi e provati dall’ennesima camminata senza sosta, ci fermiamo a prendere qualcosa da mangiare al Whole Food Market di Union Square, una catena di supermercati con un’attenzione particolare al biologico. Se non si vuole spendere una fortuna e al tempo stesso mangiare qualcosa di più sensato di un hot dog, è il posto giusto. I prezzi sono più alti di quelli dei nostri supermercati, ma la varietà della scelta e il fatto che se mangiate qui la mancia non è dovuta, vi farà cambiare idea.

    GIORNO CINQUE – Ci sono ancora così tanti posti da vedere a New York? La risposta è infiniti e delle buone scarpe faranno la differenza. La prima fermata è per visitare la Grand Central Terminal, la stazione ferroviaria più grande per numero di banchine. Vale la pena di essere vista per i marmi e gli ottoni della sua struttura, l’enorme orologio a quattro facce che pende dall’alto e il soffitto affrescato a rappresentare la volta celeste. Di lì ci spostiamo a Bryant Park dove ho letto che ci sono le bancarelle di Natale e dove approfittiamo per fare shopping a tema e mangiare qualcosa di caldo. A seguire ci fermiamo alla New York Public Library, al Rockfeller Center, alla cattedrale di Saint Patrick: ogni posto che incontro mi fa venire voglia di mettermi a ballare, come se fossi sul set di un musical. Arriviamo in tempo per gustarci il tramonto sull’osservatorio in cima al Rockfeller (Top of the Rock), fa freddo, tira vento, ma intorno a noi New York brilla come il più bello tra i gioielli e niente può essere paragonato a quel momento. Se volete godervi lo spettacolo della città che risplende delle sue mille luci, ricordatevi di scegliere l’orario corretto per salire in cima, altrimenti rischiate che vi incastrino in un tour compreso nel prezzo del biglietto, che però vi farà perdere il tramonto.

    GIORNO SEI – Altro giro, nuovo museo. Stavolta scegliamo il Whitney Museum of American Art, che raccoglie appunto le opere di artisti americani. Sebbene il Dottore sia più propenso a perdersi tra le tante strade della città, lo convinco con un’esposizione temporanea sulla programmazione (quella informatica informatica per intenderci), ospitata dal museo in quei giorni . Nell’ordine vediamo una mostra ben organizzata su Andy Warhol (che di solito non è il mio artista preferito), i quadri di pittori come Edward Hopper (che invece è tra i miei preferiti) e l’esposizione da nerd, di cui io capisco la metà delle cose ma sorrido un sacco e spingo tutti i tasti che trovo. 


    Siccome deve aver pensato che non fossimo sufficientemente impressionati, New York decide di regalarci anche la neve. Se la città già in una qualsiasi giornata di sole è scenografica, con la neve è commovente. Usciamo dal museo contenti come bambini, i fiocchi che si posano sui capelli sui vestiti sulla barba di Alessio; mangiamo un hot dog aspettando che il vento cali e poi ci incamminiamo dentro questo dipinto fatto di tetti bianchi, alberi
     innevati e decorazioni natalizie che cominciano a sostituire quelle di Halloween. Torniamo in albergo congelati ma soddisfatti di quel regalo inaspettato.

    GIORNO SETTE – Decidiamo di dedicare la mattina alla visita della zona del World Trade Center e vedere, così, anche il famoso Oculus di Calatrava.

    Io ho un modo di elaborare il lutto e di partecipare al dolore che è molto privato, tuttavia devo ammettere che il 9/11 Memorial e l’area intorno risultano toccanti anche per chi come me tiene tutto dentro. Leggere i nomi delle vittime sul monumento, rimanere a fissare l’acqua delle vasche dove prima sorgevano le due torri e ascoltare il silenzio che all’improvviso cala su quella zona non lascia indifferenti.

    Per quanto riguarda l’opera di Calatrava, non essendo io un architetto né un critico, mi limiterò a dire che personalmente ho apprezzato più l’interno che l’esterno. Il tentativo di far apparire la struttura come una colomba che simboleggia la rinascita di New York a mio avviso non è molto riuscito, mentre la parte dentro così inondata di luce e di bianco ha un effetto tra il paradisiaco e il futuristico, con una riuscita generale gradevole.

    Finita la passeggiata al World Trade, ci incamminiamo verso Wall Street. Incontriamo per prima cosa la Trinity Church, una chiesa episcopale che con il suo stile neogotico spicca tra tutto quel ferro e vetro dei grattacieli intorno. Tra l’altro l’edificio ha anche un piccolo cimitero di lapidi a terra, che ospita alcuni morti illustri (come Robert Fulton, l’inventore del battello a vapore) e che risulta ancora più suggestivo con la neve del giorno prima a coprire le tombe.

    Fatta una pausa mangereccia presso alcune bancarelle di cibo da strada, arriviamo a Wall Street che si rivela una delle zone meno interessanti del nostro viaggio. Vediamo la famosa statua del toro che viene fronteggiata da quella della fearless girl, la ragazza senza paura che un’artista norvegese, l’8 marzo 2017, mise di fronte al simbolo della Borsa come contrapposizione dell’orgoglio femminile al patriarcato. Simbologia molto interessante se non fosse per la fila chilometrica che i turisti fanno per ottenere un selfie davanti a queste due sculture. Saltiamo la fila e ci dirigiamo verso Battery Park, il parco da cui si vede in lontananza la Statua della Libertà e dove Alessio fa amicizia con qualsiasi scoiattolo che lo abita.

    GIORNO OTTO – È il giorno del pub crawl, il giro dei bar insieme a Barbara ed Eddie, che per l’occasione hanno chiamato una babysitter così da affrontare questa serata come si deve. Regole del gioco: entrare nei locali il tempo di bere qualcosa e passare al successivo. Di quella sera ho ovviamente dei ricordi vaghi ed eventuali di birre bevute con sconosciuti, quarti di dollaro messi nel juke-box, cetriolini negli hamburger e speakeasy bar al piano superiore di un fast food. Quello che invece ricordo con chiarezza è tutto l’amore che ci siamo scambiati, nei brindisi, nelle confidenze che ci facciamo io e  Barbara camminando abbracciate, in Eddie e Alessio che camminano svelti davanti a noi per lasciarci parlare. Quando penso a qualcosa di prezioso, io ripenso a quella sera.

    GIORNO NOVE – Ultimo giorno, ultimi giri di shopping prima di salutare la città che non dorme mai. Siamo stati abbastanza bravi da non spendere tutti i nostri averi e dedicare un giorno a comprare cose più o meno utili, cosa che facciamo dignitosamente scegliendo tazzine da caffè irriverenti e nuovi pupazzi per la nostra collezione nerd. Come per tutto ciò che la riguarda, New York è sfacciata anche nello shopping. Qui tutto merita di essere comprato, tutto è nuovo e mai visto altrove, ci vuole una volontà di ferro e un portafoglio ormai prosciugato per non fermarsi ogni cinque minuti al grido “questo in Italia mica si trova!”.

    CONCLUSIONI – New York è la città dove ho tra i miei affetti più cari, se così non fosse la amerei ugualmente? Non so rispondere a questa domanda, so che ogni volta mi conquista un po’ di più e se penso alle lacrime di Alessio sul taxi che ci porta indietro, mi convinco che mi sarebbe piaciuta lo stesso. Qui puoi e non puoi allo stesso tempo qualsiasi cosa, è una città talmente viva che ti permette tanto. Ho trovato persone accoglienti e disponibili, posti incantevoli e cibo ottimo. Ho abbracciato il Dottore mentre la neve cadeva e guardato Ulisse scartare il libro che gli abbiamo regalato. Ho riso, brindato, mi sono stupita e mi hanno ricordato quanto sono amata. Ogni tanto mi chiedo cosa proverei a viverci, allora nel dubbio ho comprato un altro biglietto, pronti per New York 2019.

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