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New Orleans. O di quando andai a caccia di vampiri

Ogni giorno mi arriva una newsletter a cui sono iscritta, alcuni giorni più di una, e ogni volta mi riprometto di leggerle tutte e fare tesoro di quello che persone più competenti di me possono insegnarmi. Lo faccio? Raramente. Le tengo lì in attesa che arrivi un tempo in cui avrò voglia/modo di leggerle. Mi è capitato però tra le mani un articolo di Medium dal titolo “To unlock your full potential, you need to write every day”. No, non l’ho finito, l’ho messo nella lista delle cose che leggerò quando sarò una ricca filantropa; mi ha fatto però riflettere su quello che una docente ripeteva durante il master e cioè che la scrittura è un’arte che va praticata. 

Come la dieta, che mi impegno ogni giorno seguire e poi sto perennemente sopra di 3/4 kg. Il mio primo romanzo lo intitolerò “Io e me tre kg in sovrappeso”. E se tanto mi dà tanto, con la costanza che mi contraddistingue quando si tratta delle mie passioni, sarà un romanzo postumo.

A venti giorni di distanza dalla partenza per gli Stati Uniti, ho ritenuto che sia arrivato il momento di scrivere del precedente viaggio in America, avvenuto esattamente a novembre 2018. Sprezzante di ogni logica di blogging/marketing/feeling, ho pensato “se non ora quando?”, sapendo che quel “ora” potrebbe estendersi in un tempo indefinito tra oggi domenica 6 ottobre e only god knows quando.

A tutto questo aggiungiamo un livello di difficoltà superiore, dato dai ricordi che potrebbero non essere precisi come un anno fa. D’altronde sono una donna di pancia. In tutti i sensi.

ANTEFATTO – L’idea di un viaggio in America nasce quando io e il Dottore ci stavamo appena frequentando. Lui mi raccontava delle sue passioni da nerdacchione e io, già perdutamente innamorata di questo ragazzone di cui capisco quello che dice la metà delle volte, pensavo che se le cose tra di noi avessero funzionato, lo avrei portato a New York a conoscere la mia migliore amica e in Louisiana a una conferenza per programmatori.

A volte la vita sa essere buona e giusta; otto mesi dopo eravamo su un aereo diretti verso la prima destinazione del nostro viaggio.

GIORNO UNO – Atterriamo all’aeroporto di New Orleans di sera tardi, quindi impossibile farsi un’idea di cosa c’è intorno, di come sembra apparire la città al nostro arrivo. Quello che non mi aspetto è l’umidità soffocante in questo novembre già iniziato. Scendiamo dall’aereo come Totò e Peppino in quel di Milano, ma il clima è invece da Miami Vice.

L’unica cosa che riusciamo a fare in questo giorno che sta ormai finendo (mica come l’estate che qui sembra ancora andare alla grande), è raggiungere lo Chateau LeMoyne, il nostro albergo per il nostro periodo creolo. 

GIORNO DUE – Siccome nei giorni a seguire il Dottore avrebbe assistito alla conferenza, approfittiamo del suo giorno libero per scoprire New Orleans.

Nel mio immaginario alimentato da romanzi e film sui vampiri, la città era una meta ambita da tempo; mi aspettavo cocchi guidati da oscuri figuri e nebbia densa come cotone. Cosa che in effetti poi ho trovato, ma New Orleans si è rivelata molto di più.

Il nostro albergo si trova nel Quartiere Francese, in quello che tradizionalmente viene considerato il cuore pulsante della città, ma anche il più turistico per certi versi.

Quello che mi colpisce di nuovo dell’America è come tutto sembri così familiare, come ogni angolo riapra qualcosa nella memoria, qualcosa di letto o di visto, come se questi posti fossero anche parte della mia storia. E in parte lo sono, non per niente la mia tesi di laurea fu proprio sugli Stati Uniti. 

Ma non divaghiamo. Il Quartiere Francese è già brulicante di vita, suona qualche gruppo jazz più per attirare i turisti che per reale spirito del blues, i furgoni scaricano la merce destinata ai ristoranti e i negozi iniziano a tirare su le saracinesche. A proposito, qui i negozi aprono tardi perché la vita notturna di New Orleans è impegnativa e no, non suonano ovunque a tutte le ore. La musica qui è una cosa seria, ma anche il turismo lo è e troverete che la paccottiglia viaggia di pari passo con i prodotti più autentici.

Decidiamo di inaugurare la mattina con una visita al Café Beignet, scelto dopo controlli incrociati su qualsiasi sito di cibo trovato nei mesi precedenti alla partenza. Il locale è un piccolo e confortevole buco che compensa con una lussureggiante vegetazione nella parte esterna. Ci sono i tavolini in ferro battuto, il pavimento maiolicato e il profumo di sciroppo d’acero e zucchero. Ordiniamo una colazione salata per lui e una dolce per me, per concludere poi con i tipici beignet, frittelle lievitate cosparse di zucchero a velo.

Dopo questa colazione dei campioni decidiamo di dirigerci al Lafayette Cemetery No.1 nel Gardens District. Tanto il Quartiere Francese è caratterizzato da edifici bassi con le porte colorate e le grondaie lavorate, quanto la zona verso il cimitero è costellata di bellissime ville in stile liberty nei colori pastello, ancora agghindate per Halloween. La fortuna ha voluto che come periodo di visita abbiamo scelto quello poco dopo il 31 ottobre, quindi abbiamo trovato la città ancora addobbata di zucche, ragnatele e pezzi di corpo penzolanti dai balconi.

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Di solito, quando vedo una casa che mi piace, immagino come sarebbe vivere lì, mettere le zucche sulle scale fuori dal portone, organizzare un barbecue nel mio enorme e curato giardino, sedermi nel patio con mio marito a bere una birra mentre Charlie, il nostro labrador, sonnecchia ai nostri piedi. Poi mi sveglio tutta sudata e mi ricordo che l’unica cosa che abbiamo a casa è un peluche a forma di sushi. Però ci stiamo lavorando.

Ancora prima di partire, mi ero informata sulle “DIECI COSE ASSOLUTAMENTE DA VEDERE SE NO SETTE ANNI DI GUAI” a New Orleans e ho letto opinioni controverse sui cimiteri, che pure sono una parte fondamentale della città. La conclusione che ne ho tratto è che informarsi prima sulle cose da fare non è mai male, ma poi il resto lasciatelo al vostro gusto, a quello che vi piace veramente.

A me piace tutto ciò che è un po’ macabro e spettrale, da ragazzina ero andata in fissa che un vampiro dovesse fare di me la sua sposa, uno dei miei Batman preferiti di sempre è quello di Tim Burton, quindi ho trovato la visita al cimitero interessante e con la giusta atmosfera. Le tombe abbandonate che riportano date lontane nel tempo, l’erba che cresce incolta nel marmo spaccato, il cielo plumbeo e gli alberi che allungano sulle lapidi le fronde pesanti. Intorno le ville confettose di Edward mani di forbice.

Quindi se vi piace il genere decadente, la visita in uno dei tanti cimiteri di New Orleans merita. E chissà che non vi troviate a incontrare Nicholas Cage che preventivamente si è fatto costruire una tomba qui perché il suo desiderio è essere seppellito in questa città.

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Il pomeriggio lo dedichiamo a un’altra delle attrazioni principali: il bayou. Nome cajun per le Westlands, è una zona del Mississipi fatta di paludi, canali e foreste dove poter ammirare gli alligatori e altri animali fantastici. Lungo la strada che ci porta al nostro tour, i segni lasciati dall’uragano Katrina sono ancora visibili nelle case abbandonate. Allontanandosi dal centro della città, si ha una maggiore impressione da America del sud, di banjo suonati sotto tetti di lamiera e gamberi d’acqua dolce tirati su con reti rimediate.

Siamo tutti molto eccitati da questa visita ai “gators” come li chiamano affettuosamente qui; io e il Dottore vestiti da Mr. Crocodile Dundee e un gruppo di arzille vecchie americane pronte ad affrontare la palude in infradito.

Il nostro capitano si presenta come un gioviale giovane uomo che ci intrattiene fino al momento clou: l’incontro con gli alligatori. Questi rettili silenziosi circondano la nostra imbarcazione con una velocità inaspettata e una calma preoccupante, per poi esibirsi nello show di questo tour, il nutrimento. Il capitano allunga un bastone con attaccato quello che sembra essere un marshmallow e ci invita a non sporgerci per non diventare a nostra volta dei marshmallow. Un alligatore esce fluido dall’acqua e con uno schioccare di fauci trascina giù la preda morbidona sott’acqua.

All’improvviso l’apocalisse: il cielo diventa nero in fretta e gocce come pugni iniziano a cadere sulla nostra barca, i fulmini illuminano la palude intorno e i tuoni sono così vicini che si possono quasi toccare.

Ora, io ho il terrore dei temporali. Non di essere presa da un fulmine e di finire croccante su qualche strada, ma una paura irrazionale che mi ha portato anche in terapia. Immaginate di vedere concretizzarsi davanti ai vostri occhi l’incubo peggiore, Freddie Kruger riflesso allo specchio, un coccodrillo su per il tubo di scarico, un brufolo il giorno dell’appuntamento con Ryan Gosling.

Mentre la nostra imbarcazione inizia a riempirsi di acqua e le vecchie lanciano gridolini quasi di piacere per questo avventuroso contrattempo, io mi nascondo tra le braccia del Dottore e intono una litania così lunga e ricca di bestemmie che sono stata scomunicata da circa 175 religioni diverse. Alla fine il nostro capitano mostra pietà e ci riporta a riva, dove io mi metto a correre verso il centro visitatori buttando giù qualsiasi ostacolo umano e non lungo il mio tragitto.

Rimaniamo in questa catapecchia di legno, fradici dalla testa ai piedi e confortati solo dal caffè bollente e da una guida che per farci dimenticare di aver visto la morte in faccia, ci ha permesso di toccare un baby alligatore. Nonostante questo momento da National Geographic, continuo a non sentirmi tranquilla, soprattutto quando un inserviente di sei metri per sei, all’ennesimo tuono, ridendo scuote la testa e dice: “Welcome to Louisiana, baby!”.

Tornati in albergo la sera tardi, io mi rifiuto di uscire ancora una volta lamentando uno stress post traumatico che intenerisce il Dottore e lo obbliga a ordinare la cena in camera.

A proposito, in America la mancia si lascia quasi sempre e obbligatoriamente. Ma se volete risparmiare ogni tanto, magari dopo una lunga giornata di camminata, ordinare da mangiare dai vari Uber Eats è un’idea valida.

GIORNO TRE – Questo è il giorno di mostrarmi per la donnina matura e indipendente che sono diventata negli anni: oggi vado in giro da sola. Lascio il mio piccolo programmatore sul luogo della conferenza e me ne vado un po’ a zonzo fino all’ora di pranzo. Raggiungo il Mississipi e gironzolo per i negozi lì nei dintorni, per poi ricongiungermi al Dottore per pranzo. Scegliamo, su consiglio di un’amica, un locale piccolo e affollato dove fanno i po’boy, il Killer Poboys. Dicesi po’boy un panino riempito di ostriche, gamberi d’acqua dolce o altri ingredienti e varie salse. La leggenda vuole che il termine nasca dall’espressione poor boy, per indicare gli sfortunati lavoratori di una compagnia di trasporti quando vennero licenziati, a cui venivano offerti gratis questi panini per sfamarsi. Noi, nel rispetto delle tradizioni locali, ne ordiniamo due a testa e vi assicuro che il terzo è stato evitato solo perché Alessio doveva rientrare alla conferenza.

Una volta salutati, io ho continuato a girovagare per il Quartiere Francese curiosando tra i negozi di antiquariato, quelli turistici e fotografando le case. Apro la solita parentesi, stavolta graffa per movimentare il nostro rapporto, per dire che a New Orleans si gira tranquillamente da soli, basta rimanere nei luoghi più centrali e affollati e non si hanno problemi. La serata si conclude prima bevendo quelle settordici birre con i compagni di corso del Dottore, chiacchierando amabilmente nell’unica lingua universalmente riconosciuta: l’alcol. Poi siamo finiti a mangiare al Desire Oyster Bar, un locale a metà tra un diner e un ristorante da vecchia Europa, dove mangiamo quello che di più tipico New Orleans ha da offrire, dal jambalaya al coccodrillo fritto. Una menzione particolare alle ostriche, che qui servono letteralmente in tutte le salse e a prezzi contenuti.

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GIORNO 4 – Altro giorno, altra corsa da sola impazzando per le strade di New Orleans. Stavolta tocca a Frenchmen Street, un’altra delle zone in cui si svolge la vita notturna di NOLA, fatta di case basse dai colori sgargianti e graffiti sui muri, per poi raggiungere Canal Street e i suoi grattacieli da grande metropoli. Questo duplice aspetto della città mi ha conquistato: da una parte l’aria decadente e spettrale della New Orleans della cultura creola e dei riti voodoo, degli edifici bassi e dei musicisti, dall’altra il carattere metropolitano fatto di strade ampie ed edifici imponenti.

Mi ricongiungo alla mia metà per l’ora dell’aperitivo e decidiamo di finire questa prima parte del viaggio con un mint julep, un cocktail originario degli Stati del Sud a base di menta e whiskey.

CONCLUSIONI – New Orleans è una città che merita una visita, anche se per stessa ammissione di chi ci abita, ha venduto la sua anima al diavolo del turismo e soprattutto zone come Bourbon Street sono caotiche e piene di cianfrusaglie a buon mercato per attirare la clientela. Resta il fatto che offre la possibilità di vedere una parte di America diversa da quella, per esempio, di New York. Qui la cultura degli schiavi si è fusa con quella dei padroni, dando vita a un mix di leggende e tradizioni di cui vale la pena far parte anche solo da turista. Quello che so è che ci sono cose che non ho potuto vedere e che mi fanno dire “io qui ci voglio tornare”.

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Travel

Saluti e baci da Palermo

Ci sono periodi della vita stressanti e poi ci sono periodi della vita in cui anche lo stress è così stressato, da aprire una spaccatura spazio-temporale per cui i possibili scenari sono:

  • Entrare nel sottosopra come Will e ricominciare una nuova vita. Se digitate da fuori Hawkins, qui un piccolo esempio che vi aiuterà a stare al passo con i tempi, facendo finta di sapere cose.
  • Trovare un eremo, comprare un eremo, entrare nell’eremo e vivere di ciò che la natura offre. La sera ubriacarsi con Fratello Sole e Sorella Luna.
  • Iniziare un percorso di analisi ma senza navigatore, perdersi nei meandri della mente e chiedere indicazioni a una delle molteplici personalità che vi abitano. Purtroppo hanno il senso dell’orientamento di un ubriaco, di notte.
  • Scrivere. Molto più economico della terapia, forse non vi renderà sufficientemente ricchi per fare tutte le cose finora citate, ma finché qualcuno legge Fabio Volo, voi potete sempre sognare.

Se poi scrivete di qualcosa di veramente bello, continuerete ad avere un misero stipendio ma l’animo si alleggerirà per qualche ora. Il mio pensiero felice di oggi è Palermo.

Ne ho già parlato e scritto e fotografato, ma per me Palermo continua a rappresentare il porto sicuro in cui trovare rifugio durante le tempeste emotive. È la città dove voglio tornare ogni tanto per farmi coccolare dalle persone amate e riportare a casa il pacco da giù ma fatto di bei ricordi. Ma soprattutto è il posto dove portare il fidanzato di turno per farlo conoscere, una sorta di battesimo del fuoco per capire se effettivamente può essere il partner giusto. Non credo di volere al mio fianco qualcuno che non ami due città in particolare: Palermo e New York.

Stavolta, poi, l’occasione si presentava ghiotta, letteralmente. Passare il 25 aprile partecipando alla famosa “arrustuta”, la grigliata di carne mastodontica di cui avevo solo sentito parlare.

Arriviamo in un feriale e già caldo mercoledì, respirando, appena le porte dell’aeroporto si aprono, l’aria densa e salmastra. Scegliamo un b&b al centro di Palermo per avere la possibilità di girarla a piedi senza grandi spostamenti. Il Dottore mi dà soddisfazione dal momento in cui scendiamo dall’autobus che dall’aeroporto porta in città: guarda con i suoi occhi sorridenti i palazzi e le strade, fotografa ogni mattonella che incontra e, dall’alto del suo stomaco di ventottenne che tutto rumina e tutto digerisce, al primo bar che incontra si infila dentro e compra un’arancina abburro. E non una qualsiasi, ma la versione “bomba” che è tipica del Bar Touring, una granata di riso prosciutto cotto mozzarella e credo besciamella che solo pochi fisici sono in grado di far esplodere senza conseguenze.

Il Kantuni B&B è un appartamento delizioso in una vietta laterale rispetto alla più caotica via Maqueda, gestito da una delle coppie a cui mi sono più affezionata nel tempo: Eva e Alessandro. Ho conosciuto questo bed and breakfast per caso quando mi serviva un appoggio durante una notte di passaggio e ci sono tornata volentieri appena ho potuto. Intanto perché sono una viziata ragazza di città con problemi di adattamento in posti che non siano puliti e confortevoli. E il Kantuni lo è. Poi perché ha una posizione strategica, è arredato con gusto e i padroni di casa sono accoglienti, ospitali e alla mano. Se volete pure una fetta vicino all’osso, loro probabilmente ve la taglieranno. Tempo che il Dottore assapori la prima arancina della sua vita, guardandomi con uno sguardo che non aveva neanche quando mi sono spogliata la prima volta, usciamo per la nostra prima serata palermitana.

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Ci sono due o tre cose che bisogna sapere prima di arrivare a Palermo. La prima: qui il cibo da strada è una faccenda seria. La seconda: è economico. La terza: è quasi sempre fritto. Quindi per la nostra prima sera veniamo portati da Franco U’ Vastiddaru, che se non ho capito male è colui che prepara la vastedda, cioè il panino con la milza. Mangiamo tutto ciò che può essere cotto nell’olio bollente e non contenti affrontiamo anche il panino con la disinvoltura di un sicario. Determinati, veloci e senza lasciare traccia. Dopodiché ci spostiamo in uno dei tanti locali che animano Palermo.

Il vantaggio di essere accompagnati in una città dai suoi abitanti è che puoi fare la loro vita, fuori dai circuiti turistici tradizionali. Andiamo al Punk Funk, locale poliedrico dove comprare un vinile, ascoltare musica dal vivo e bere un cocktail seduti sui sedili di legno dei vecchi cinema. Il mio consiglio è di ordinare un fresconegro, una bevanda che non tutti conoscono ma che dovete provare. Fa digerire, è dissetante e ubriaca che è una meraviglia. Due di quelli e il fritto sarà un lontano ricordo.

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GIORNO DUE – L’ARRUSTUTA. La cosa bella di Palermo, è che non fai in tempo a digerire che subito ti stanno offrendo qualcos’altro. La mattina dopo siamo pronti per affrontare una delle più buone grigliate mai assaggiate, fatta eccezione per una recente a casa di un collega del Dottore, dove ho provato delle ribs da lode con bacio accademico e anche una palpatina un po’ ammiccante.

Ci sono un altro paio di cose da sapere su Palermo: non necessariamente i suoi abitanti sono cordiali, alcuni sono burberi e diffidenti, ma qui ho anche conosciuto tra le persone più generose e accoglienti della mia vita. Persone con il cuore grande quanto un’arancina bomba e la capacità di raccontare la loro terra con una passione travolgente. La seconda questione riguarda le donne, che sono bellissime e magrissime e qualsiasi altra accezione positiva in issime. Come facciano a essere così longilinee con tutto quel grasso di cui sono costruite le loro case, è spiegabile dallo stesso principio dei Tuareg che non sudano nel deserto. Quando preparerete la valigia per Palermo, assicuratevi che rimanga spazio per una robusta dose di autostima che vi faccia continuare a mangiare, anche quando vi passeranno davanti con le loro pance piatte e le cosce tornite dentro shorts in cui non riuscirei neanche a infilare un braccio.

Ma torniamo a noi. La casa di Meddi e Manu, tra gli amici più cari che abbiamo, si presenta esattamente come ci si aspetta da una casa in un giorno di festa: un sacco di amici, animali che sonnecchiano all’ombra, un unico tavolo dove qualcuno ha già aperto le prime birre.

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Di quella giornata ricordo tutto o quasi tutto, visto che non dico mai di no all’alcol essendo stata cresciuta con una rigida educazione. Ricordo le risate, l’atmosfera rilassata, le chiacchiere e i barbecue sui balconi del vicinato, ma soprattutto ricordo la carne. Ora, ogni paese ha una sua tradizione in fatto di carni: come vengono condite, servite, cucinate. A Palermo ho assaggiato il mangia e bevi, un cipollotto attorno a cui è avvolta della pancetta, le stigghiole, un budello di agnello servito con o senza cipolla, e gli involtini alla palermitana, ripieni di uvetta pinoli formaggio e qualcosa che somiglia alla mia idea di Paradiso.
Ecco, se non siete di quelli che hanno il palato di un bambino capriccioso, fatevi indicare dove poter trovare alcune di queste prelibatezze. Il mio consiglio è di andare in uno dei tanti mercati palermitani, dove già dalla mattina il fumo della brace è lì pronto a darvi il buongiorno.

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GIORNO TRE – È il giorno dedicato al turismo duro e puro, quello in cui inizi a camminare e non sai quando né se ti fermerai. Si comincia con i Quattro Canti, la piazza ottagonale della Palermo barocca e opulenta dove si affacciano le statue dei quattro fiumi della città, le stagioni, i regnanti storici e le sante patrone, per poi proseguire verso Piazza Pretoria. Anche detta Piazza della Vergogna per la nudità delle statue che la circondano, per me rappresenta un altro esempio della ricchezza architettonica di una città in cui gli stili si rincorrono continuamente.

Qui si possono trovare tra le chiese più maestose e gli edifici che portano ancora le ferite della guerra, si possono incontrare coppie eleganti lungo Via Maqueda e ragazzini senza casco che portano motorini scassati. Lo dico sapendo bene che guardo con gli occhi di una turista, ma ogni volta che torno penso sempre la stessa cosa; Palermo è viva, è multirazziale, pulsa di etnie e tradizioni anche delle passate invasioni. C’è Casa Professa (meglio conosciuta come Chiesa Del Gesù) con il suo tripudio barocco, Santa Maria dell’Ammiraglio con i mosaici bizantini, la Chiesa di San Cataldo con le cupole rosse dal sapore arabeggiante.

A Palermo l’occhio non si stanca mai per la varietà che offre. Una visita ai mercati vale la pena farla; noi abbiamo scelto Ballarò per una passeggiata tra i banchi di pesce fresco e ancora lucido di acqua salata, le casse di spezie e i pentoloni che ribollono di olio pronto a friggere qualsiasi cosa. Qui la street art si incontra con i vecchi sonnecchianti sulle sedie di paglia e la lingua degli stranieri con quella locale.


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Ci fermiamo a mangiare all’Antica Focacceria S. Francesco, un locale storico dove mangiare una cucina tipica. Va detto che come posto è leggermente turistico, sia nei prezzi che nei sapori, ma io continuo a trovarlo gradevole nonostante i camerieri siano un po’ scostanti e il cibo sia “carico”. Sedersi a bere un bicchiere di vino bianco ghiacciato con un’arancina per me vale ancora la pena.

Con le ultime forze rimaste ci dirigiamo allo Spasimo, famoso perché della chiesa esistente è rimasto solo lo scheletro, per poi proseguire verso Piazza Magione con i suoi palazzi dilaniati e finire con Palazzo Butera, storica dimora, oggi centro polifunzionale con una biblioteca e spazi espositivi, riportata a nuova vita dai coniugi Valsecchi, filantropi e collezionisti.
Che poi io ogni volta che leggo “filantropi e collezionisti” vorrei sapere come si fa a prendere la certificazione. Mi ci vedo vestita con dei caftani di lino importato da qualche costa e delle collane di otto kg e mezzo al collo, i capelli bianchi costantemente legati e mio marito vestito sempre con un cardigan qualsiasi sia la temperatura. I collezionisti compiono automaticamente 70 anni appena qualcuno scrive che sono tali.

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Chiusa questa parentesi totalmente gratuita, ritorniamo alla fine della nostra terza giornata a Palermo, che concludiamo prima assaggiando la cucina gourmet di Bruto e poi bevendo birra al Bukowski. Per inciso, a Palermo il costo della birra è da denuncia, per istigazione all’alcolismo.

GIORNO QUATTRO – Continua il nostro percorso di espiazione dai peccati culinari, nella speranza vana di riuscire a perdere almeno un grammo di tutto quel fritto. Passiamo davanti al Teatro Massimo (la cui vista sui tetti di Palermo è semplicemente eccezionale), ci perdiamo tra i vicoli stretti con le lenzuola stese ad asciugare, entriamo nell’imponente Cattedrale della Santa Vergine Maria Assunta (parte del percorso arabo-normanno patrimonio Unesco) e arriviamo alle Catacombe dei Cappuccini. Qui sono raccolti all’incirca ottomila corpi perfettamente conservati grazie a tecniche di mummificazione che li preservano da secoli. È un luogo talmente suggestivo che a quanto pare rientrava nelle tappe del Grand Tour e personaggi come Alexandre Dumas e Guy de Maupassant si fermarono qui in visita. I corpi sono divisi per ruolo sociale (dottori, avvocati, soldati), per genere sessuale e per età. Il cadavere più famoso e anche più impressionante è quello della bambina Rosalia Lombardo, che morta ad appena due anni, è stata mantenuta talmente integra da meritarsi il soprannome di “bella addormentata” perché sembra che stia dormendo.
In conclusione: le catacombe valgono una visita? Sì, io sono una grande fan di cimiteri, cripte e luoghi di culto. Purtroppo non sempre questi luoghi riescono a trasmettere la sacralità che potrebbero quando diventano mete turistiche per gente a caccia di selfie con il morto.
Finita la parte macabra, passiamo il pomeriggio a Mondello accompagnati da un caro amico, tra gelati chiacchiere e l’acqua azzurra del mare, giusto in tempo per preparare lo stomaco alla pantagruelica cena al Vecchio Club Rosanero, una trattoria che ha unito due grandi passioni: il calcio e il cibo. Qui si mangia, circondati dalla collezione di memorabilia della squadra di calcio del Palermo, una cucina tradizionale sincera ed economica. Per me tappa fissa ogni volta che torno. Un unico avvertimento: i titolari e i camerieri non sono sempre affabili, anzi, a volte possono risultare burberi, ma per mangiare la loro pasta con ricci di mare e gambero rosso di Mazara del Vallo, mi farei sputare anche in un occhio.
Finiamo la serata a digerire all’Alibi, tra rum, fresconegro e gruppi dal vivo.

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ULTIMO GIORNO – È tempo di tornare a casa e di salutare ancora una volta Palermo. Qui ho portato il Dottore perché volevo che conoscesse le persone che ho imparato ad amare, volevo che sentisse il calore di una terra che sa essere generosa e che costruisse insieme a me dei ricordi da rispolverare per i giorni faticosi.
Soprattutto volevo che riportassimo, insieme ai kg, la consapevolezza che l’amicizia può davvero superare tante cose. Può farti sentire a casa a km di distanza, può risollevarti quando pensi di non avere più la forza di rialzarti e può ricordarti chi sei, da dove sei venuto e cosa puoi ancora meritare. Può prenderti a schiaffi quando hai bisogno di essere fermato e ricominciare a camminare con te.
Ecco, tante cose sono successe e tante devono ancora succedere, ma quello che so è che gli amici sono quelli che ricominciano con te, in una rinascita corale in cui ogni volta riprendono a camminare insieme a te. E ogni volta che ho pensato di non farcela, che un nuovo inizio mi sarebbe costato troppa fatica, loro hanno preso quella fatica e se la sono spartita perché il mio percorso fosse più leggero.

Questa, alla fine, è un po’ una dedica: per i vecchi amici e per i nuovi, che hanno voluto iniziare una nuova vita con me.

 

Lifestyle

San Gemini Palace. Momenti di non trascurabile felicità

Antonello Venditti cantava che “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Il mio rapporto con la scrittura è un rapporto di amore e odio, fatto di lunghe pause di riflessione e improvvisi ritorni di fiamma.

D’altronde come ogni rapporto, anche questo va coltivato e nutrito affinché si mantenga in forma. La scrittura va allenata e alimentata, bisogna trovare il tempo per mettersi lì a raccontare una storia, bisogna avere voglia anche quando c’è una scusa pronta dietro ogni angolo. Lavoro troppo. Devo fare la spesa. Durante il weekend voglio solo fissare il muro davanti a me possibilmente senza perdere la posizione orizzontale. E così le storie passano in silenzio, si leggono quelle altrui e dopo un po’ diventa tutto uguale: il racconto di un viaggio diventa identico a uno politico, le esperienze si appiattiscono e io devo smetterla di riprendere a scrivere dopo avere fatto il rewatch della prima stagione di True Detective!

Ma torniamo al momento subito prima di diventare nichilista. Sono le cinque del primo pomeriggio domenicale di sole dopo settimane di pioggia e io sono di fronte al computer dopo sei mesi in cui ho toccato la tastiera solo per lavoro. O per controllare il meteo. O per cercare qualche albergo. Avrei continuato a percorrere volentieri questa rassicurante via dell’accidia ma il Dottore mi ha messo a fare i compiti. Sono settimane che mi esorta a fare qualcosa per me, qualcosa che mi piaccia fare altrettanto che mangiare ma senza quel piccolo inconveniente dell’ingrassare. Quindi ora sono qui, a digitare lettere a caso perché so che se mi metto a scrollare sul cellulare, lui se ne accorgerà e mi chiederà spiegazioni, mentre io sono una diva del muto mancata che si sta aggrappando alle tende della sua esistenza invece che spalancarle e far entrare la luce. Bella questa, me la devo segnare.

Perciò, ecco, sto scrivendo dopo sei mesi come esercizio. Se non vado neanche in palestra, che qualcosa in me almeno sia allenato.

Sono successe così tante cose in questi sei mesi che se non comincio da qualcosa di semplice, mi arrotolo nel piumone che ancora non ho tolto e mi metto a guardare video di Scottecs su Youtube. Quindi racconterò di una gita fuori porta breve ma intensa a cui ho preso parte questa settimana e che richiede un piccolissimo sforzo di memoria perché, appunto, recente.

Apro una parentesi, poi l’ultimo che esce si ricordi di chiuderla. La scrittura richiede memoria e io in questo momento ho la soglia dell’attenzione di chi ha votato la Lega al di sotto di Vercelli. Ma anche di quelli al di sopra, come vi è venuto in mente?

Ma non perdiamoci. Come sapete, o come non è necessario che sappiate, ogni tanto faccio delle collaborazioni grazie al mio profilo Instagram e alle conoscenze che si sono venute a creare. All’inizio della mia avventura con questo social, quando ancora era tutta campagna e l’influencer marketing era un territorio inesplorato, tendevo ad accettare tutto. Come quando uscivo con gli uomini a vent’anni vs. ora che ne ho 38 e il tempo da perdere si è drasticamente ridotto. Prima esci un po’ con cani e porci, poi affini la sensibilità e cominci a porre dei paletti: che non sia razzista, che non sia fascista, che conosca gli Smiths, che guardi le serie piene di sangue, assassini, gente mutilata.

Detto ciò, anno domini 2019, se mi capita qualcosa che voglio veramente fare, mi ci butto a capofitto. In particolar modo se si tratta di cibo.

Vengo contattata qualche tempo fa per scoprire il ristorante gourmet e la nuovissima struttura del San Gemini Palace. Leggo l’email mentre sono in pausa pranzo, mi chiedono se sarei interessata a fare un’esperienza in questo luxury hotel e di fargli sapere cosa ne penso. Vediamo un po’, cosa ne penso di staccare per due giorni dal lavoro, in uno dei periodi più stressanti della mia vita, per mangiare e dormire in un cinque stelle? Anzi che non mi sono messa in macchina appena finito di leggere l’email.

Il San Gemini Palace è un piccolo gioiello incastonato tra i vicoli dell’omonimo borgo, un piccolo e confortevole hotel composto da poche e curatissime camere, un ristorante raffinato, una spa e tutto l’occorrente per rilassarsi nel silenzio delle colline umbre. Il paradiso o uno dei possibili paradisi dove passare qualche ora della propria vita.
Mettiamo subito le cose in chiaro: non è un posto alla portata di tutti. Non è una pensione a conduzione familiare, non è un ostello da ragazzi in interrail (a proposito, ma esiste ancora l’interrail?), non è una struttura dove fermarsi alla bisogna. Questo hotel è un posto a cui dedicarsi intenzionalmente, è come farsi le coccole tra le lenzuola fresche di bucato attardandosi a letto invece di mettere su una lavatrice. Un lusso, nel vero senso della parola.

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Arriviamo in un pomeriggio piovoso e la prima cosa che mi colpisce è il calore degli arredi, dei muri in pietra, dei sorrisi di chi ci accoglie. Entrare lì è come lasciarsi avvolgere dal cotone, tutto diventa ovattato e si crea una morbida barriera contro la vita quotidiana. E questo è solo l’ingresso. Poi ci sono le camere che meritano un capitolo a parte. Senza neanche bisogno di dirlo ma lo dico comunque, lo spazio di ogni camera è veramente sfacciato, il letto così ampio che ho avuto paura di perdermi tra i cuscini e non trovare più la strada di casa e il bagno largo abbastanza da contenere anche un pouf. Un pouf capito? Tante volte si volessero intavolare conversazioni mentre uno si sta facendo il bidet e l’altro non sa dove sedersi ma ha urgenza di parlare.
Ora, io ho una passione per i bagni. Cucine e bagni sono i miei locali preferiti in assoluto. La cucina perché è la stanza in cui la mia famiglia tuttora si raduna quando ci incontriamo; anche se c’è un comodissimo soggiorno, noi ci ammassiamo in cucina. Sulla mia passione per il bagno non ho mai indagato abbastanza, ma tant’è.
Il bagno in questione, poi, è decisamente a cinque stelle. Ci sono asciugamani ovunque, accappatoi morbidi e ciabattine ordinate nelle loro confezioni di plastica in attesa di essere scartate. Ci sono due lavabi, ognuno con il proprio spazzolino, il dentifricio e la versione da viaggio di collutorio. C’è il set da barba per lui. La doccia è grande quanto il mio di bagno e se all’improvviso sorge la necessità di esfoliazione, c’è anche un guanto per lo scrub.
Last but not least, in camera c’è l’occorrente per preparare un tè delle cinque, un caffè orientativo o un aperitivo prima di andare a cena. Tutto compreso.

Immaginate quindi la mia voglia di uscire fuori da quella stanza quando avevo ancora da aprire tutti i barattoli di shampoo, provare il guanto per lo scrub e abbracciare ogni cuscino. Il punto è che quando ti invitano nelle strutture o ti inviano prodotti da provare, il fine ultimo è far conoscere quel servizio/prodotto. Peccato che io viva qualsiasi cosa con la stessa disinvoltura con cui mi sono presentata all’esame di maturità e questo, se da una parte può essere un bene perché mi spinge a cercare il massimo della professionalità, dall’altra mi fa sentire fuori posto in quasi metà delle situazioni. Nella fattispecie, cercherò di riassumere la situazione che mi si stava presentando in una pratica top five:

  1. Io avevo un paio di jeans neri, una giacca nera per la cena e delle scarpe di H&M del 1922, lise in punta e nere. Mercoledì Addams con l’unica nota di colore data dai miei capelli biondi. Il resto della comitiva, composto per la maggior parte da gente esperta nel settore beauty/fashion, si era portato dietro: un vestito per la cena, uno per il dopocena, uno se Giove fosse entrato in trigono con Urano, uno nel caso si trovasse in transito nel Sagittario. Io mi ero dimenticata pure gli orecchini.
  2. Io scatto solo con il cellulare perché sono una nostalgica del social che fu, lì il meno attrezzato aveva il ring luminoso per fare i selfie.
  3. Il peso corporeo dell’intera compagnia a malapena sfiorava il mio.
  4. Le donne avevano la piastra, il ferro arriccia capelli, l’alabarda spaziale, mentre io, uscita un attimo sotto la pioggia, al rientro sembravo una tossica in cerca di riparo.
  5. Non mi ero depilata e c’era la spa.

Per fortuna i ragazzi con me erano tutti organizzatissimi ma anche molto collaborativi, il che mi ha permesso di sentirmi a mio agio per la maggior parte del tempo. Tranne quando mi sono state fatte alcune foto la mattina dopo e mi sono ricordata che io odio farmi fotografare. Bellissime foto senza dubbio, ma io avevo una canottiera e i tatuaggi in vista. Nella mia testa sarei dovuta sembrare una Suicide Girl: bella dannata e un po’ lasciva tra le coperte di quel letto. Invece sembrava un servizio su uno di quei buzzurri di Casapound che protestava a Torre Maura.

Torniamo però a noi. Dopo aver fatto un breve giro per i vicoli di San Gemini per quanto permesso dal meteo e aver fatto una veloce visita alla spa, indossata la mia divisa d’ordinanza da Impero Galattico mi dirigo verso il ristorante.
Siete mai stati in compagnia di gente social? Come posso spiegarlo, è come stare sul set di un film porno: vuoi fingere rilassatezza, ma hai tutti intorno che ti guardano. O che guardano il tuo profilo Instagram. E prima di arrivare al clou della scena, ci vuole un po’. Quando vi trovate tra “influencer” e vi dicono di andare a cena, conoscerete il vero significato dell’espressione “tra il dire e il fare”.
Intanto ci sono le foto pre cena, quando hai ancora la forza di tenere in dentro la pancia e il trucco non è colato. Le ragazze intorno a me erano fatte della stessa sostanza di cui sono fatti gli hentai. Schiene nude, spalle scoperte, capelli morbidi e la scioltezza di chi davanti a un obiettivo sa come muoversi. Io la naturalezza di una burrata appoggiata su un divano.

Finalmente ci sediamo a tavola e lì sono nel mio ambiente. L’atmosfera è rilassata e ospitale, non c’è la rigidità di certi ristoranti blasonati dove non sai se quel coltello servirà per tagliarti le vene o tagliare qualche filo d’erba in salsa di rafano. Questa è stata una componente fondamentale dell’intero soggiorno: il San Gemini Palace è un hotel di classe che però mantiene una dimensione intima dove potersi sentire veramente accolti.
Lo stesso chef, che propone una cucina innovativa nella tradizione, si rivela una persona garbata che puoi incontrare la mattina mentre va al mercato a comprare gli ingredienti del giorno.

La cena è composta da dodici portate che spaziano dal plancton al piccione, dallo spritz al foie gras, per un percorso enogastronomico che coinvolge tutti i sensi. Il palato gioisce al gusto morbido dell’uovo al tartufo, il tatto si diverte a rompere la lastra di Campari, l’occhio ammicca di fronte ai colori del risotto allo zafferano e crema di zenzero, l’olfatto ringrazia per il profumo rassicurante della lasagna e l’orecchio si rilassa al suono del vino versato nei bicchieri scintillanti.
Per me il cibo è una religione e io lo onoro rimandando dietro i piatti vuoti.

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Finisco la serata sull’enorme letto, vinta dalle troppe emozioni.

Il giorno dopo continua a piovere ma per noi le sorprese non sono finite. La sala che la sera prima ospitava il tavolo imbandito per la cena, ora offre una delle colazioni più belle mai viste. C’è così tanto cibo che non so se mettermi a piangere o ficcare i cornetti nelle tasche dei pantaloni. C’è il dolce da raffinata pasticceria e il salato della tradizione umbra, frutta fresca, frutta secca, sembra di stare alla corte di un qualche re che vuole impressionare i suoi ospiti. E ci sta riuscendo. Le promesse della sera prima – domani mica lo so se ce la faccio a fare colazione – si infrangono sulla pastafrolla delle crostate e scopro che il mio stomaco è soppalcato.

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È quasi giunto il momento dei saluti, ma prima alcuni di noi riescono a trovare il tempo di fare qualche foto. Anche io, che con sprezzo del pericolo e sguardo fiero rivolto al nemico, mi metto in costume senza essermi depilata e di fronte a due ragazze bellissime, magrissime e con 25 cambi d’abito. Ma più che la dignità, può la suite presidenziale che ha la vasca idromassaggio interna con vista sulle colline. Anche una dura e pura come me ha lasciato a terra la timidezza insieme all’accappatoio e si è goduta questo momento di sfrenato relax.

 

Finisce così la mia esperienza a cinque stelle al San Gemini Palace, ma prima di far passare altri sei mesi da quando il Dottore mi guarderà e mi dirà “vuoi scrivere?”, vi lascio con alcune considerazioni.
Intanto sull’importanza del concetto di accoglienza che le strutture ricettive non sempre ricordano di dover portare avanti. Questo hotel è a tutti gli effetti un cinque stelle ma senza essere spocchioso o distante. Costa, è vero, ma vale ogni soldo speso per l’esperienza a 360 gradi che ti permette di vivere e per l’accoglienza genuinamente calorosa.

Una riflessione, inoltre, va fatta sull’influencer marketing. Ancora oggi si tende a credere che i numeri siano quanto di più affidabile ci sia in circolazione, dimenticando che qui non si parla di matematica, ma di coinvolgimento e stima del proprio pubblico. Mettere i brand in mano a gente che ancora non sa distinguere un apostrofo da un accento, svilisce il brand stesso. Chiamare una persona perché ha un seguito di quarantamila follower non meglio identificati, non è sinonimo di successo. Ho visto gente sponsorizzare prodotti senza mai aver mostrato interesse, attitudine o compatibilità con quel prodotto. Ho visto farlo per il gusto di dire “vedi, c’è qualcuno che mi pensa”. Ho visto campagne su Instagram senza alcun piano editoriale, senza uno straccio di strategia, venti influencer che pubblicano lo stesso contenuto alla stessa ora e quel contenuto andare perso, nel tempo, come lacrime nella pioggia.
Quindi un applauso va a chi resiste, da una parte o dall’altra della barricata; a chi usa il mezzo con intelligenza, a chi riconosce un congiuntivo e non ha paura a usarlo.

Infine un ringraziamento va a chi, là fuori, ancora resiste e crede nel cambiamento, brand, aziende, utenti, influencer, agenzie, amici, nemici, differentemente amici. Alla prossima puntata!

 

Lifestyle

Addio 2018 e grazie per tutto il pesce

31 dicembre 2018, quasi duemiladiciannove. Tempo di bilanci e bilance, fatti sempre con le migliori intenzioni e con le migliori intenzioni ignorati fino all’anno successivo.

In questi giorni sto leggendo, nei pochi ritagli di tempo che riesco a strappare al mio lavoro, delle considerazioni sparse che le persone stanno facendo a proposito di questo anno che sta volgendo al suo termine. Di alcune non capisco il senso, come quando su Facebook la gente scrive post del tipo “la notte porta consiglio” o “ah se potessi parlare…”.

Ma cribbio fatevi comprendere! Non li fate gli status che capite solo voi e quattro amici vostri. A volte neanche quelli perché pure loro sotto vi commentano “ma perché che è successo? Ti scrivo in privato”. Stare sui social, secondo la mia modestissima opinione di non addetta ai lavori, è stare in un virtuale Hyde Park, dove ogni domenica ogni cittadino può salire su un banchetto ed esprimersi su qualsiasi tematica. Ve la ricordate la scena di Nanni Moretti? Allora è bene che concludiate l’anno alla grande riprendendolo qui.

Quando scrivete qualcosa, fatevi capire, esponetevi, raccontatevi, non usate le parole di altri, usate le vostre. Che a volte fanno cagare ma questo è un altro discorso, almeno ci avrete provato.

Ci sono, invece, altri spunti che mi fanno pensare ancora bene dell’umanità. Quest’anno ho scoperto persone di cui mi piace leggere le parole, che non necessariamente condivido, ma che mi spingono a riflettere. Le ho trovate tutte su Instagram, tranne una che conosco di persona con mio sommo onore.

Ecco, se volete leggere qualcosa di bello, di delicato, di divertente ma anche di irriverente, che vada oltre il “quest’anno ho ritrovato me stessa” (a cui vorrei rispondere, perché prima ‘ndo stavi?), la mia short list di persone da continuare a seguire come buon proposito per il 2019: Miriam LeporeMariclerSignorinalave e ultima ma non ultima, Mita Borgogno che conosco nella vita privata e che vorrei come vicina di casa, solo per andarci a prendere il caffè e lasciarmi contagiare dalla sua vivace intelligenza.

Tutte donne, perché mai come quest’anno ho vissuto esempi femminili positivi ed esempi negativi, ma tutte che hanno contribuito a farmi continuare a scegliere il tipo di persona che ho la possibilità di essere ancora.

Quante parole ho usato per dire che anch’io voglio partecipare al grande racconto collettivo del 2018 e lo farò con l’insegnamento dell’illustre genio Paolo Fox.

AMORE – Che cosa difficile è l’amore. Verso se stessi, il prossimo o uno sconosciuto. Come diceva giustamente un mio amico sere fa a cena, il mio 2018 è stato per metà una vera merda, per l’altra metà La La Land ma senza il finale drammatico.
Dopo cinque anni ho interrotto la precedente relazione che avevo e sono andata via di casa. Sono tornata a vivere con i miei. Ho raccolto la mia vita in alcune scatole e sacchi neri che mia madre ha poi etichettato per non perderle in quella bellissima confusione che è casa dei miei genitori.
Quante cose ho capito e quante lacrime ho versato, ma anche quanto affetto inaspettato o semplicemente dimenticato.

Intanto quello della mia famiglia. Sono tornata da loro a 37 anni, dopo non so quanti fuori di casa. Sono tornata che mi sentivo sconfitta e umiliata. Eccomi lì, a guardare dall’altra parte della strada i quarant’anni mentre cerco di far entrare tutta la mia roba nella stanza degli ospiti. Non sono sposata, non ho figli, ho chiuso l’ennesima relazione e la seconda convivenza. Di quel giorno mi ricordo mia madre che mi chiede di accompagnarli al supermercato. Secondo me pensava che mi sarei impiccata al lampadario del soggiorno e quindi volevo tranquillizzarla sul fatto di essere solo la figlia fallita, non autolesionista. Al supermercato incontro un mio amico, con la moglie e il figlio incastrato nel carrello. Per un attimo mi sono guardata da fuori e ho pensato dove avessi fallito, io lì con la felpa troppo grossa, la faccia gonfia di pianto e i miei al seguito tipo scorta, mentre i miei coetanei sembrano così funzionali con le loro famiglie e le loro spese sensate.
Ho pianto tanto di umiliazione in quel periodo, sono tornata in terapia, mi domandavo a che punto qualcosa in me avesse smesso di farmi crescere. E di statura e di maturità.
Loro, però, mi hanno sempre protetta, anzi meglio, non mi hanno mai giudicata. Il che non vuol dire non avermi messa in guardia dalle situazioni o aver messo in guardia le situazioni da me, di certo non si sono mai trattenuti dal dirmi le loro preoccupazioni. Quello che hanno fatto è stato amarmi anche mentre mi dicevano “stai facendo una stupidaggine”.
Non di meno mia sorella, il mio giudice più feroce e il mio alleato più fedele. Ho scoperto che è facile farsi gli affari propri pur di non immischiarsi in situazioni scomode, che è più facile essere la Svizzera che la Germania. A nessuno piace sentirsi complice di qualcosa di brutto o potenzialmente dannoso. Tranne alcuni che hanno fatto voto di fedeltà a loro stessi. Mia sorella ha permesso al nostro rapporto di incrinarsi pur di dirmi quello che pensava di me e della mia storia precedente. Si è presa i miei silenzi e le telefonate non fatte, il rancore e gli anni che passavano. Ferma, granitica, impavida.
Questo lo sto ancora imparando, a non avere paura di parlare per la paura di perdere una relazione. È faticoso e non so se ne sarò mai pienamente in grado, ma i rapporti che si reggono sull’omertà, forse sarebbe bene reciderli.

Un’altra cosa che non sapevo, è quanto mi sarei sentita fallita a chiudere un’altra storia a 37 anni. Quando mi dicevano che dopo i diciott’anni è tutto in discesa libera verso la vecchiaia, avrebbero dovuto dirmi quanta stanchezza fisica ed emotiva si prova dopo i 35 anni a ricominciare. Ci sono cose peggiori? Certo, il nostro governo attuale. Ma a gennaio 2018 io tornavo nella mia camera di adolescente chiedendomi cosa volessi di più. Perchè questa è la grande domanda che uno si fa quando succedono cose come una coppia che si lascia o un lavoro che si cambia: cosa vuoi di più?
Ho dovuto arrampicarmi sulle vette dei miei sensi di colpa per superare il pensiero che il sacrificio può essere una componente di una relazione, non la rinuncia al proprio io. Ho dovuto ascoltare la mia terapeuta ripetermi come un mantra che, salvo alcuni casi specifici, quando due persone decidono di separarsi, non c’è una vittima né un carnefice, ci sono due individui che non vanno più bene l’uno per l’altra. Che può succedere, che bisogna sapersi mettere in discussione e porsi le giuste domande. Anzi, porsi le domande, perché troppo spesso non ci si chiede a sufficienza per rimanere in una confortevole ma sicura ignoranza.

Il 2018 è stato l’anno in cui mi sono detta che alcune cose e alcune persone non funzionavano più per me. Le ho lasciate andare e mi hanno lasciato andare. Anche qui un appunto lo voglio fare, con le parole di Franco Arminio: “Dammela tu una brutale vicinanza, gira la punta del cuore, avvisa le costole che non sono sole, fai muovere la testa verso la gioia, tagliami i ponti con la paura. L’amore deve essere un assedio, ferro e fuoco, colpi violenti, morsi, per aprire la strada alla dolcezza”

Quando capisci che l’esercito ha lasciato sguarnita la fortezza del tuo cuore, hai già la risposta ad alcune domande. Se non lotti più per una persona e se una persona smette di affondare le unghie per trattenerti, bisogna avere un’estrema voglia di verità e dirsi che può finire.

Perché un rapporto può finire e – sorpresa – nessun innocente smetterà di respirare per questo. È dolorosissimo essere lasciati ed è doloroso andarsene ma shit happens. Deve per forza finire con combattimenti alla Daredevil? Non necessariamente. Può essere una giustificazione il non essere felici? Sì, molto. Ecco un altro paio di cose che ho capito nel 2018. Non servono storie di abusi per giustificare una rottura, si può essere infelici anche nella quiete. Il che ci porta dritti al secondo punto della mia seduta di analisi non richiesta: se un partner vi dovesse dire che non è più felice, per carità non dite quella banalità che viene solo dopo a “tanto è tutto un magna magna”, cioè “perché cosa ti manca?”. Ragazzi, tutti insieme ora ripetiamo che un tetto sulla testa non è l’unica cosa che regge un rapporto. Se una persona dice di non essere più felice, l’incantesimo non è rispondere “ma se non litighiamo mai, ci piacciono le stesse cose, siamo stati a Katmandu l’anno scorso!”.
Chiaramente, essendo alla mia terza convivenza, cosa posso insegnarvi? Sono la Liz Taylor delle coppie di fatto. Ma una cosa l’ho capita, ridurre il disagio di una persona (di qualsiasi natura esso sia) non è mai la mossa giusta. Non si può banalizzare il malessere di una persona spiegandogli che in Africa i bambini muoiono di fame. Va bene non indugiare nelle saghe mentali arrivando alla sesta stagione delle vostre elucubrazioni solo per il gusto di rotolarvi nella autocommiserazione, ma neanche trattare l’infelicità un tanto al kg.

Quindi nel 2018 ho lasciato tutto questo e quando l’ho fatto ho cominciato a intravedere una vita più adatta a me. Certo non è stato facile. Quando dicono che chi lascia è più forte, io vorrei fargli vedere certi lasciati quanta disperazione provano quando stanno lì a farsi i selfie con il bicchiere in mano. Tutte cazzate. Io me ne andavo ma ero distrutta. Piangevo in ufficio, piangevo a casa, piangevo in macchina. i kg che ho perso quei mesi erano liquidi per lo più. Ci sono stati momenti che sarei voluta tornare indietro, alla routine che mi ero costruita, scomoda ma conosciuta, che mi mancavano certi gesti abitudinari, il letto matrimoniale, sentire il respiro dell’altro.

Un bel giorno, proprio come dicono, ho incontrato una persona. Durante il mio minimo storico di voglia di vivere, quando uscivo dal bagno degli uffici sventolandomi gli occhi perché nessuno doveva sapere, quando meno ero pronta ma la vita ha un senso dell’ironia feroce, ho conosciuto un ragazzo. Nel senso letterale del termine. Dieci anni di meno. A scriverlo è ancora peggio che a dirlo. D I E C I A N N I D I M E N O.
Anche lui impegnato. Un nerd con la testa tra le nuvole e i piedi sotto la sua scrivania da sviluppatore.

Avete mai visto The Big Bang Theory? Sarò breve, quattro amici secchioni di cui uno si innamora di una bionda giuliva che a sua volta lo ricambia. Si sposano.
All’inizio non credo fossimo esattamente l’uno il tipo dell’altra: lui così analitico, io così dispersiva. Lui con la testa sulle spalle, io sempre pronta a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Lui così giovane, io così intrappolata nelle mie sovrastrutture di mezza età.
All’inizio non importavano le nostre differenze, lui era impegnato, io stavo vedendo un’altra persona, figuriamoci, 27 anni, ma che ne sa della vita?

Se avessi al gioco del lotto le stesse probabilità di vincita che ho nel sottovalutare le situazioni, sarei su un atollo a scrivere le mie memorie. Invece sono in una casa in affitto e se alzo gli occhi dallo schermo vedo il mio giovane fidanzato che scrive sul suo di computer.
È stato facile arrivare fino a qui? Ma manco per niente. Ci sono state domande endogene ed esogene sull’età. “Ma tu lo sai che quando questo avrà 30 anni tu ne avrai 40?”. Sì, ho fatto le scuole dell’obbligo e so aggiungere dieci a una cifra. “Sei pronta a uscire con i suoi amici ventenni?”. Io non sono pronta a uscire con i miei di amici!
A parte gli scherzi, è stata davvero dura. Mi sono chiesta se non fossi io regredita a tal punto da innamorarmi di un ragazzino. Se non avessi qualche problema che mi impedisse di relazionarmi con i miei coetanei. Se un ragazzo non contribuisse alla mia incapacità di crescere. Ancora oggi ogni volta che ci guardo allo specchio penso che forse il botox non è un’idea così lontana, ma alla fine di questo 2018 so che di Alessio non sono i suoi anni ad avermi colpito. Quello che mi ha fatto decidere di prendermi tutti gli sberleffi del mondo è stata la sua presenza così forte. In un momento in cui gli uomini quarantenni che mi orbitavano intorno non erano in grado di prendere alcuna decisione per quanto scomoda, il ragazzo ha dimostrato un’integrità e un polso inaspettati.

Ha deciso di lasciare la sua vecchia vita per una nuova e totalmente sconosciuta relazione con me. E io non sono la persona più accomodante di questo mondo. Ha deciso di attraversare la melma quando qualcuno ha deciso di esporci al pubblico ludibrio solo perché è facile salire sul carro dei vincitori. Non ha vacillato quando ci sono state promesse le mazzate (che per altro io sto ancora aspettando, quando volete che me sto a fa’ vecchia) e mi ha stretto ancora più forte quando stavo per lasciarmi cadere, dalla stanchezza e dalla rabbia. Non ha usato la sua situazione familiare per elemosinare la misericordia di nessuno. Non ha fatto valere certe cose che nell’era dei social sarebbero antipatiche a farle uscire. È rimasto fermo mentre tutto crollava.
È un santo? No, l’ho guardato anche nudo e non ci sono ali. Ha sbagliato e ancora sbaglierà, ma stavolta spero di esserci io a fallire con lui.
Un’ultima cosa: quando vi diranno che è troppo presto per una nuova storia, che c’è qualcosa di losco, che sarebbe meglio rimanere da soli quei quattro cinquemila anni per ritrovare se stessi e capire il senso della vita, rispondetegli 42.

LAVORO – Pensavate che non arrivasse mai eh. Sono una più di cuore che di cervello, ma anche lavorativamente parlando è stato un anno lungo due. A fine 2017, la mia azienda cominciava ad assumere i connotati di quello che saremmo diventati a fine 2018. Abbandonavamo quello di cui ci eravamo occupati fino a quel momento per un qualcosa di completamente diverso, da una piattaforma più creativa inerente alla fotografia, allo sconosciuto mondo dell’insurtech. Dicesi insurtech l’innovazione applicata all’industria assicurativa.
All’improvviso scoprivo due cose, anzi facciamo tre e crepi l’avarizia.
1) Esiste un’industria assicurativa e io ne faccio parte, sono diventata la signorina Silvani 2.0
2) Esistono parole come blockchain e digital transformation. Dopo supercalifragilistichespiralidoso pensavo di non poter pronunciare termini più complicati.
3) I colleghi, nel bene e nel male, diventano parte della tua storia. Anche quando odi tutti ed entreresti in ufficio con un mitra, sono attori nello spettacolo della tua vita. Mai come in questo anno ho pianto tanto quando qualcuno ha dato le dimissioni, mi sono ubriacata e fatta riportare a casa, ho discusso alzato la voce abbassato gli occhi morso la lingua lanciato occhiatacce. Ho imparato a usare programmi di cui ignoravo l’esistenza, a costruire rapporti a distanza, a non farmi denunciare dopo una giornata passata al telefono a spiegare che “no non siamo uno studio peritale, sì signora è un servizio nuovo, lo so che lì a Cogne vi conoscete tutti ma non verrà il perito Zampetti”.
Mi sono fatta il fegato grosso e il sangue amaro quando non ho condiviso delle decisioni, ma ci sono state cene bellissime e pause sigaretta memorabili.
Nel 2019 porto con me i frutti di un anno intensissimo, sono stata scelta come team leader del mio reparto. Credo sia un’espressione per dire “ortolano” ma io questo cetriolo me lo prendo volentieri. Qualcuno ha creduto in me e ha deciso di affidarmi l’onere e l’onore di un ruolo con cui mi sto ambientando. Ancora devo prendere le misure e capire che non posso mettermi a piangere davanti a tutti e urlare “io non lo so, lasciatemi morire qui, tanto la vita fa schifo e moriremo tutti”, perché a occhio e croce un team leader deve essere una guida, non una zavorra. Confido nel fatto che ho dei colleghi bravi e molto pazienti.
Il 2018 lavorativo si conclude con la stessa consapevolezza di quello sentimentale: non vi accontentate, non vi sedete nella comodità del posto fisso, di cosa vai cercando di più. Due anni fa ho rischiato tutto e ho perso tanto, ma ho raggiunto degli obiettivi che non credevo.
Propositi per l’anno nuovo: non lavorare di meno, perché a me lavorare piace pure troppo, ma lavorare meglio.

SALUTE/FORTUNA – Non mi ricordo quale dei due si usi negli oroscopi. Comunque, la salute per ora c’è. Sono sopravvissuta ai colleghi malati, ai figli dei colleghi malati, alle malattie veneree. Sono dimagrita dal dolore e poi ingrassata di nuovo per la felicità. Ho combattuto con i denti del giudizio, ho donato il sangue ho intrattenuto un rapporto di amore e odio con la palestra.

La fortuna. Credo di averne avuta così tanta che ho il terrore di rivelarlo. Ultimamente ho sviluppato il terrore di avere una malattia terminale perché non posso essere così sfacciatamente felice.

Ho la fortuna di avere una famiglia tutto sommato solida.

Ho degli amici incredibili. A volte incredibilmente duri quando mettevano Alessio in guardia da me. Più spesso di supporto quando mi hanno dovuto sostenere mentre continuavo a cadere.

Di questo 2018 mi porto via Alessandra e Benedetta che mi aiutano a portare via le cose dalla vecchia casa. Ricordo Alessandra che mi guida per casa costringendomi a concentrarmi e Benedetta che afferra vestiti a mazzi. Di quella sera voglio che rimanga anche uno allora sconosciuto Lorenzo (il ragazzo di Benedetta) che mi porta un fiore e io che scoppio a piangergli davanti.
Porto con me Francesco, che ha ascoltato i miei deliri e il primo a dirmi che i santi non esistono neanche in cielo.

Porto Barbara che ha aspettato con pazienza che fossi pronta a parlare e poi ha ascoltato audio di venti minuti per superare le barriere geografiche.
Porto Meddi e Manu, Ruggero, Roberta che vorrei come fidanzata e tutti quelli che mi conoscono.
Porto Michele che mi ha stretto la mano per tutta la strada che mi ha portato dalla vecchia storia alla nuova.
Porto il bello che i social mi hanno regalato, le persone valide, gli abbracci sinceri. Ho la fortuna di aver conosciuto persone straordinarie, tutto il resto è rumore di fondo.

La fortuna è stata anche quella di poter viaggiare. Dublino con Benedetta e Silvia, le scogliere ventose, la birra e le luci dentro ai pub.
I Cure a Londra con mia sorella, le strade, lo shopping e ancora la birra.
Ho girato la Toscana, le Marche e sono tornata nella mia amata Palermo. Ho mangiato piatti tipici e ascoltato storie di un’Italia che ogni tanto si ricorda chi è. Ho fatto cene, visitato musei e partecipato a feste.

Ho visto New Orleans per la prima volta e sono tornata a New York per stringere di nuovo a me Barbara e la sua famiglia, ma questa è una storia che merita un racconto a parte.

Il 2018 finisce in maniera completamente diversa da come era iniziato. Un po’ ho avuto fortuna, un po’ ho lavorato sodo per ottenere certi risultati. Di certo non lo dimenticherò tanto facilmente.

Addio 2018 e grazie per tutto il pesce.

 

 

Travel

Marche. Un racconto di lotta


Si può partire con una premessa in un articolo sul blog? E con una domanda?

Siccome tutto mi si può dire, tranne che non sono generosa di parole, ce le ficco entrambe. La premessa è che ho il brutto vizio di interessarmi davvero a qualcosa solo se ben raccontato. Non so se dipende da una soglia dell’attenzione di un cane quando vede una pallina o da un amore viscerale per la letteratura. Fatto sta che io capisco le cose profondamente quando riescono a vestirsi da storie.

Questo ci porta dritti al punto, il mio weekend nelle Marche. Sì, ancora una volta. Speriamo non per l’ultima volta.

Io e questa regione ci siamo piaciute in fretta e come ogni passione che brucia, la prima volta che ci siamo incontrate sono rimasta letteralmente scottata. Era un luglio, credo, quando il sole imperdonabile delle due del pomeriggio mi regalava un’ustione sulle gambe. Di quel giorno mi ricordo di essere entrata in una farmacia di Ancona come una tossica senza più metadone, chiedendo al farmacista di vendermi una qualsiasi cosa. Soprattutto se finiva in -ina, morfina cocaina codeina sarebbero andate benissimo.

Ora, l’amore funziona così. Al contrario di ogni buon senso, una volta che ti scotti, devi ritornare tra le fiamme. Quindi eccomi ancora una volta a voi, o Marche, però a ottobre che non mi ci fregate più con il mare.

L’occasione è per una ottima causa, la manifestazione #ripartidaisibillini che intende riportare l’attenzione e il turismo sulle zone colpite dal sisma. E qui arriviamo a quanto accennato nella premessa: le Marche sanno raccontare. Nonostante le cicatrici che ancora si vedono nei paesi e mentre si percorre la regione, sanno raccontare. Ma ancora di più, sanno raccontare la lotta.

Troppi romanzi e film mi hanno fatto appassionare non semplicemente alle storie, ma a quelle di personaggi bizzarri, un po’ strani, che la gente definisce i matti.

Quella che vi sto per narrare è la storia di una parte del più vasto racconto di una terra che non vuole mollare e di alcuni dei suoi protagonisti.

Siamo a Sarnano, un comune della provincia di Macerata che conta poco più di tremila anime. Sarnano è uno di quei posti che quando nevica diventa un presepe, che ha il centro storico in alto e da lì domina il resto del paese, che gode della protezione scenografica dei Monti Sibillini e che sta ancora lottando per rimettere in piedi quello che ha visto crollare.

Il nostro ospite è Andrea, direttore commerciale delle Terme di San Giacomo  che ci accoglie nella struttura termale insieme a Paolo, il direttore sanitario. Scopriamo immediatamente come l’impianto originale sia andato distrutto durante il terremoto e allora cosa pensano di fare tutti loro invece di andarsene e lasciarsi alle spalle le macerie? Restano ovviamente e si sbrigano a riaprire l’attività in una struttura già esistente ma chiusa. Qui stanno rinascendo, ancora più forti, più grandi, parlando delle loro attrezzature all’avanguardia come se le conoscessero una a una (cosa probabile) e sottolineando accorati la differenza tra terme intese come il bagnetto tipo Cocoon e cure termali. Mi colpisce la loro perseveranza, io che se perde acqua dalla doccia vorrei dare fuoco a casa, e soprattutto mi colpiscono le parole di Andrea. Nel raccontarci la corsa per riaprire lo stabilimento nonostante tutto e tutti, dice: “Nella sfortuna, abbiamo avuto fortuna invece. Il posto dove siamo ora sembra quasi che stesse aspettando noi e che tutti gli eventi si siano messi in modo tale che aprissimo qui”.

Questa è la prova che il bicchiere mezzo pieno esiste. Ed è pieno di acqua sulfurea.

Dopo aver lasciato Paolo, Andrea ci porta a conoscere un altro dei protagonisti di Sarnano, Andrea anche lui, che insieme alla moglie Paola gestisce la Patata Bollente. Il piccolo locale porta il nome del film con Edwige Fenech e Renato Pozzetto, ma è anche un monito. Chi glielo fa fare a una coppia così giovane e di talento di restare qui, con questa patata bollente tra le mani? Invece eccoli qua, Andrea che va a comprare la crostata la mattina per la sua brigata e Paola che guida la sua cucina con il piglio di un generale.

Quello che hanno da dire, lo fanno soprattutto con il cibo. Piatti ben eseguiti, equilibrati, saporiti, che non ti aspetti da un ristorante messo su una curva di una strada di passaggio. Se è vero che in Italia si mangia bene un altro po’ pure a casa mia, le Marche si danno un gran da fare per primeggiare. All’antipasto di affettati e formaggi io ero già commossa e pronta a chiedere la residenza, ma quando sono arrivati i quattro primi (“così a pranzo assaggiate i primi e a cena provate i secondi”) ho pensato che il mio povero cuore non avrebbe retto. No, non per i grassi saturi sciocchini. Potrei provare a darvi un’idea di quello che abbiamo mangiato, ma voglio che ci andiate e non spoilero nulla. Dirò solo: ravioli ai pistacchi, speck e pomodorini arrostiti con ripieno di ricotta e pistacchi. E quando pensavo non potesse esserci nulla di più perfetto di quel momento, sono arrivati i dolci.  Per non parlare dei vini. Devo fare un’ammissione, io ho sempre snobbato i vini marchigiani credendo che esistesse solo il Verdicchio. Poi a Ripatransone ho scoperto la Passerina della Tenuta Cocci Grifoni. Poi a Sarnano hanno stappato delle bollicine quasi commoventi che mi hanno fatto capire che non tutti quelli che hanno bevuto solo Verdicchio sono persi.

Rimpinzati a dovere dalle sapienti mani di Paola e dignitosamente brilli, conosciamo Isabella, la nostra guida per il resto del pomeriggio. Isabella racconta la sua terra con dolcezza e mostra una pazienza di Giobbe ogni volta che le chiediamo di fermarci per una foto. E di occasioni per fermarsi nella zona dei Sibillini ce ne sono da sfidare la calma di chiunque. Visitiamo Sassotetto con la sua casetta dal tetto rosso e gli alberi colorati di autunno. Vediamo le cascatelle e i monti azzurri tanto cari a Leopardi. Giriamo per la Sarnano medioevale quasi del tutto svuotata dopo il sisma, ma bella in un modo discreto mentre le luci dei lampioni cominciano a illuminare di arancione i vicoli.

La nostra prima giornata si conclude di nuovo da Paola e Andrea per assaggiare la seconda parte del menù (i secondi, succosi, carnosi, voluttuosi secondi) accompagnata da alcuni rossi veramente notevoli.

SECONDO GIORNO – Il risveglio nel bosco (sì, il residence delle terme è circondato da conifere) è come me lo aspettavo. Silenzioso e fresco appena messo un piede fuori dalle coperte.

Prima di colazione, il nostro amore per la divulgazione scientifica ci impone di provare almeno una vasca con vari getti per l’idromassaggio, così da poterne testare la validità. Prova superata, usciamo dall’acqua rinvigoriti anche nello stomaco e andiamo a fare colazione in un piccolo bar (la Coccinella Golosa) con una produzione dolciaria di tutto rispetto. Siccome i veri eroi si riconoscono dal nemico, noi affrontiamo il nostro sovradimensionato cornetto con stoicismo. Menzione d’onore al mio goloso nerd che di fronte al dilemma se prenderlo con crema o pistacchio, li ha presi entrambi.

Abbiamo tempo per vedere di nuovo il centro di Sarnano alla luce del sole, comprare un ciauscolo che si sentiva così solo lì dietro al bancone ed è già ora di pranzo. Non so se sono io o questa regione, ma qui le ore sono scandite dai pasti. Sono le coratella in punto. Ci vediamo a ciauscolo e tre quarti. Il film comincia alle fettuccine col tartufo, tartufo e mezza.

Il pranzo viene servito in una specie di rifugio (il Chioschetto) all’ombra dei Monti Sibillini, esattamente a Madonna dell’Ambro, dove il panorama è bello a dir poco e i vari gruppi si sono ritrovati per fare bisboccia insieme.

La manifestazione #ripartidaisibillini, infatti, vede più gruppi fare percorsi diversi: chi a piedi nel bosco, chi in mountain bike. A me è toccato il percorso benessere e una quaglietta lardellata che chi se la scorda più. D’altronde c’è chi ha il fisico da trekker, chi da bagno turco.

Finiamo questa piccola avventura di fronte a teglie di fettuccine al ragù e carne alla griglia, brocche di vino che passavano di mano in mano e le risate.

È tempo di salutare di nuovo le Marche, di dire loro che torno presto, che ormai parte della mia storia è scritta anche qui. Mi porto dietro il racconto di chi poteva andarsene e invece ha preferito restare. Di chi è stato dimenticato dallo Stato ma continua a lavorare per la sua terra. Di chi crede che questo è il momento di risorgere.

Risorgete, Marche, più belle e forti di prima. Io rimango qui ad ascoltarvi.

 

 

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Magerada (la d è muta)

Quando eravamo piccoli, l’anno veniva scandito da due momenti: le vacanze di Natale e le vacanze estive. Crescendo pensavo che le cose sarebbero cambiate, che avrei avuto altre scadenze e altri ritmi, invece come suggeriva una grande pensatrice del ‘900 “cambia il tempo ma noi no”. Anzi, tutto sommato neanche il tempo.

Prima della pausa di Ferragosto, in ufficio si respira quella duplice aria di apocalisse e fancazzismo. Da una parte, tutte le rotture diluite nei mesi si presentano alla porta come Equitalia e vengono fatti discorsi da fine dell’anno però ad agosto (sapete no? Abbiamo lavorato bene, gli obiettivi raggiunti, quelli da raggiungere, a settembre dovremo sforzarci di più, buona fine e buon inizio). Dall’altra, la fatica dei mesi passati si presenta sottoforma di voglia di morire mista a capacità di attenzione di un cane quando vede una pallina.

Ed è in questa atmosfera che io e Alessio (diamo un nome all’uomo che rende di nuovo felici i miei giorni) . ci concediamo un weekend nelle Marche. L’occasione è rappresentata da una manifestazione che una tenuta vinicola di mia conoscenza organizza da qualche anno e che ho voglia di vedere dal vivo. Decidiamo di staccare solo per un paio di giorni, perché il viaggio più corposo sarà a novembre e nel frattempo la parola d’ordine è risparmiare. Però passare tutta la settimana di ferie a casa, per quanto ricca di cose da fare, ci sembrava altrettanto brutto. Ed ecco venirci incontro le Marche, prima fermata: Macerata.

MACERATA – Optiamo per la città marchigiana con la scusa, per Alessio, di rivedere degli amici, per me di conoscerli per la prima volta. Sulla spinosa questione del debutto in società di una nuova coppia, parleremo un’altra volta e sempre se mi ricordo, perché ho quel problema con l’attenzione di cui non so se vi ho già parlato. Appunto.
La prima cosa è prendere possesso della nostra camera all’Hotel Lauri, una struttura vicino al centro storico con un delizioso cortile interno e le receptionist tra le più gentili che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Unica pecca: si trova in un vicolo dove è possibile fermarsi solo per scaricare le valigie e anche velocemente prima che il proprietario della macchina dietro vi meni. A quel punto usciamo alla scoperta di Macerata e del suo cibo visto che non abbiamo ancora pranzato.

La prima cosa che penso è che abbiano chiuso la città per ferie e noi non lo sapevamo. In giro solo noi e qualche incauto vecchietto che si è perso la puntata di Studio Aperto in cui invitano a non uscire nelle ore più calde. Negozi con le saracinesche minacciosamente abbassate e poi l’oasi nel deserto, il Digusto, un locale arredato apposta per le fotografie di food, che ci sfama con uno dei simboli marchigiani: il ciauscolo. Un panino dopo facciamo una passeggiata per i vicoli di Macerata fino ad arrivare a Piazza della Libertà, su cui si affacciano edifici come la Loggia dei Mercanti, il Palazzo del Comune e la Torre dell’Orologio. Quest’ultimo consiste in un enorme quadrante blu con indicazioni circa l’ora, i mesi, le fasi lunari, i pianeti e i segni zodiacali, un guazzabuglio di dettagli che culmina due volte al giorno nell’accensione di un carrillon con tanto di angelo con la tromba e Re Magi che vanno a rendere omaggio alla Madonna. Un pelino pacchiano, ma vale la pena perderci qualche minuto.

Più su ho detto che siamo in una fase di ristrettezze economiche dettate da questioni personali e da un viaggio alle porte. Quello che intendevo dire è che io sono a rota di shopping, ma ho un fidanzato molto molto serio che mi ricorda quanto sono brutte le dipendenze. Tranne concedermi ogni tanto un po’ di corda per farmi comprare oggetti deliziosi e assolutamente superflui. Tipo quelli che ho acquistato da Emporio Ultrafragola, come dicono loro stessi, “un emporio di cose perlopiù inutili ma belle”. Solo per i proprietari, vale ben una visita.

Dopodiché è la volta dello Sferisterio, una struttura voluta dai Cento Consorti, famiglie maceratesi benestanti che volevano un posto per il gioco della palla con il bracciale, e in seguito riconvertito a spazio per concerti e altri eventi culturali. Il biglietto ha un prezzo irrisorio ma si può camminare nell’arena solo fino a un certo punto. Non fatevi ingannare, dall’esterno è un edificio abbastanza anonimo e poi dentro rivela la sua anima neoclassica fatta di colonne e drappi. Volevo attaccare a cantare “Don’t Cry for me, Argentina” ma ci ho ripensato quando è entrata una comitiva urlando “Ispanico, Ispanico”. A ognuno le sue fantasie.

Facciamo una breve scappata nel chiostro di Palazzo Buonaccorsi prima di andare a cena all’Osteria dei Fiori, un piccolo locale dove mangiare piatti tipici della zona. Siccome oltre che di shopping, sono una drogata di Tripadvisor, mi ero informata e avevo letto delle recensioni sul servizio freddo dei proprietari. Ora, posto che non vado in un ristorante per fare nuove amicizie, la mia opinione è che il servizio può anche essere definito austero, ma la cucina ti accoglie e avvolge come l’abbraccio di un amante.  Abbiamo assaggiato di tutto, ma soprattutto i Vincisgrassi, una sorta di lasagna con tanto ragù e rigaglie di pollo che da sola vale il conto.

 

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GIORNO DUE – Il secondo giorno Dio creò la seconda colazione e vide che era cosa buona e giusta. Soprattutto buona. Fatta una prima colazione in albergo per dovere di cronaca, incontriamo gli amici di Alessio da Maga Cacao, una cioccolateria che ha una selezione di caffè talmente ampia che quando ho scelto, ero invecchiata di un anno. Golosa è dire poco. Trascorriamo la mattinata tra chiacchiere che scorrono facilmente e fette di torta ad accompagnare. Ci salutiamo dicendoci che ci vedremo ancora, quantomeno per assaggiare il cinghiale che fa la mamma di uno di loro. Ce ne andiamo con il sorriso che ti lascia il calore di persone belle.

Ci spostiamo verso la provincia di Ascoli Piceno, dove prosegue il nostro mini tour. Ci fermiamo prima a Grottammare Alta per goderci la vista del mare dall’alto per poi proseguire per Offida e assaggiare le olive. Nonostante l’ora tarda per il pranzo, il Vistrò ci fa accomodare e mangiare non solo il famoso fritto, ma anche un panino con delle polpette al sugo strepitose. Il problema dell’Italia è che si mangia bene ovunque.
Smaltiamo il pasto, visitando il Teatro Serpente Aureo, la Chiesa della Collegiata e Santa Maria della Rocca.
Il primo è uno dei tanti teatri storici disseminati per le Marche, che prende il suo nome dalla leggenda che circola intorno al nome stesso della città (Offida dal greco ophis, serpente). È una struttura ancora funzionante che ospita vari spettacoli, tra cui quello tanto sentito del Carnevale. La seconda è una bellissima e imponente chiesa che ospita nella cripta una fedele riproduzione della grotta della Madonna di Lourdes. Infine Santa Maria della Rocca, un castello di proprietà nobiliare poi ceduto ai monaci e costruito su due livelli.

Arriviamo finalmente alla meta del nostro viaggio, la Tenuta Cocci Grifoni, un’azienda vinicola che ha fatto di valori come il territorio, l’ecosostenibilità e la famiglia, i pilastri solidi su cui poggiare. Ho conosciuto la famiglia Cocci Grifoni un anno fa e da allora sono diventati parte della mia storia. Stavolta la scusa è Stappa 2018, una manifestazione enogastronomica con cui avvicinare il grande pubblico ai sapori di una terra.

Quando parlo di essere diventati parte della mia storia, intendo letteralmente. Ci sono incontri, nella vita, che lasciano un’impronta temporanea destinata a non lasciare traccia, poi ci sono loro, che non hanno esitato a ospitarci nella propria casa, facendoci entrare nella loro intimità, dividendo con noi la tavola, il letto e il bagno. La capobanda, la signora Diana, piccola di statura ma con il piglio del comandante di un esercito, ci ha preparato la colazione la mattina dopo, accogliendoci nella sua cucina da nonna con una tazza di caffè e la crostata fatta in casa. Hanno pranzato insieme a noi con gli avanzi della sera prima, parlando davanti a un calice di bianco di brand identity, generazionalità e rapporti umani. Questi sono i Cocci Grifoni, una famiglia che allunga le sue radici a tutti quelli che lo chiedono.
Se passate da queste parti, ma anche se non ci passate, merita di essere conosciuto questo angolo di paradiso che non ha dimenticato le sue radici, ma che sa anche l’importanza di tramandarle e se necessario cambiarle per le generazioni future.

GIORNO TRE – È l’ora dei saluti, l’azienda porta ancora i segni floreali della sera precedente, noi mangiamo un boccone di fronte alle colline che si stendono morbide e rigogliose. Ci lasciamo con un abbraccio e anche qui con la promessa di tornare.

Sono stati tre giorni, troppo pochi per riprendersi da un anno emotivamente e professionalmente intensissimo, ma pieno di persone, dei loro abbracci, della loro capacità di cambiare insieme a te, delle parole di conforto, dei sorrisi sinceri e dei cuori ancora di più.

 

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London calling (e io rispondo)

Antonello Venditti cantava “che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, io invece per fortuna solo certi, altrimenti io e l’attuale luce dei miei occhi non staremmo insieme. Se la passione delle storie precedenti non si fosse spenta come brace quando fai il barbecue e tu volevi un’altra bruschetta, non saremmo stati le nostre rispettive fette di pane ma le briciole lasciate distrattamente sulla tavola da qualcun altro. Mi sono già persa vero? Mi ero dimenticata di quanto l’amore potesse incasinarti i pensieri ancora di più, ma torno a bomba.

Gli amori che finiscono, lasciano dietro di loro varie cose ed eventuali. A me per esempio rimasero due biglietti per i quarant’anni di carriera dei Cure, che comprai a dicembre 2017 fiduciosa che a luglio 2018 la coppia sarebbe ancora esistita. Per quei biglietti litigai anche con mia sorella, la vera fan del gruppo inglese tra le due, ma si sa che bisogna sbattere violentemente contro le cose per comprenderle appieno.

Il destino, poi, fa giri ancora più misteriosi degli amori di Venditti per riportare un certo equilibrio nella forza. Quei biglietti della discordia erano all’improvviso diventati il simbolo di una fratellanza ritrovata. Non solo, ma il concerto sarebbe stato a Londra, quindi io e mia sorella avremmo avuto la nostra “luna di miele”.

GIORNO UNO – Partiamo con il trolley più leggero mai visto in mano a due ragazze. Decidiamo di lasciare a casa shampoo e balsamo perché saremmo state ospiti di un’amica. Addirittura ci portiamo dietro un unico paio di scarpe!

Arriviamo in un’inaspettatamente caldissima e assolata Londra. Sapete quel grigio con cui tutti identificano la città? In quattro giorni io ho visto solo azzurro.

Dall’aeroporto di Stansted, prendiamo un treno che attraversa la campagna inglese prima di entrare nella metropoli ed è tutto un tripudio di casette con i mattoncini e papere negli stagni. In attesa di incontrarci con la nostra amica, facciamo un giro all’interno della stazione di Liverpool Street dove mangiamo un boccone in una delle tante catene di cibo da asporto. Dopodiché ci dirigiamo ad Hackney, una zona periferica recentemente riqualificata, dove molti artisti hanno scelto di vivere eleggendola a nuovo centro culturale. La prima cosa a cui penso camminando tra le vie è “Toh guarda, Privet Drive”, uno dei posti  citati in Harry Potter. Se siete fan della saga più famosa degli ultimi vent’anni, qui troverete pane per i vostri denti.

La seconda cosa a cui penso è quanto basti poco per sapere di essere in un’altra città ma soprattutto in un’altra cultura: guardare sistematicamente dalla parte sbagliata prima di attraversare. I cortili di fronte alle case. Le porte colorate. Le finestre a bovindo. I piccoli negozi che convivono accanto ai colossi. I profumi di terre diverse che si mischiano nell’aria. Londra mantiene il fascino multietnico che ricordavo dai miei viaggi di adolescente.

La casa in cui veniamo ospitate è così tipica che potrei rimanere a fotografare ogni angolo per una giornata intera. Ha le finestre enormi senza serrande che affacciano su una strada alberata, la moquette ovunque che ti obbliga a togliere le scarpe e il bagno senza bidet. Abbiamo però solo il tempo di lasciare le valigie e darci una rinfrescata, ché siamo di nuovo in strada, direzione Camden Town.

Camden è esattamente come la ricordavo. Ci sono ancora i negozi di cianfrusaglie, i punk, i rocker, i tossici seduti per terra, odore di cibo ovunque e tanta, tanta gente. Ci fermiamo a prendere una birra lungo il canale, al The Ice Wharf, bevendo sotto gli alberi e guardando il sole spegnersi sull’acqua. Finita la birra mangiamo del buon sushi (sebbene non troppo vario) al Sushi Salsa e finiamo la serata sul rooftop di uno spazio di coworking a ballare sulla musica anni ’80-’90.

GIORNO DUE – La data intorno alla quale ruota tutto il nostro viaggio è finalmente arrivata. Ci concediamo una colazione rinforzata al The Mokapot House che ci aiuti ad affrontare il concerto, scegliendo tra i cibi più freschi a disposizione. Uova, salsicce e fagioli. E anche se per le successive due ore ci siamo pentite amaramente, con il senno di poi si è rivelata una scelta vincente.

Il perchè è presto spiegato: la line up del festival era talmente ricca di nomi (oltre ai Cure, per citarne solo alcuni, gli Slowdive e gli Interpol), che non c’era tempo da perdere tempo in file mangerecce, quindi sante quelle salsicce che ci hanno sostenuto per otto ore di concerto.

Siete mai stati a un festival? Di queste proporzioni neanche io. Quindi ecco le cose che vanno tenute presenti quando si affronta questo tipo di esibizione a luglio.

  • Farà caldo, tanto caldo. Vi troverete a sperare che la pioggerella londinese vi venga a fare visita, ma il tempo anche ha lo humor inglese. Quindi portatevi la crema solare perché ne avrete bisogno. Bevete molto anche se è inutile aggiungere “e non uscite nelle ore più calde” perché il concerto inizia alle due e mezza del pomeriggio in un Hyde Park privo di vegetazione. Fate scorta di elastici.
  • Avete presente tutte quelle fashion blogger che hanno nel loro armadio una sezione apposita “outfit che sembrano presi ai charity shop ma valgono più di un vostro rene”? Se avete quel tipo di abbigliamento vuol dire che potete bruciarlo subito dopo e comprarne uno nuovo di zecca, altrimenti vestitevi con cose a cui non tenete particolarmente. Perché ci sarà la terra, la gente vi verserà i suoi drink addosso mentre vi passa davanti e qualcuno vomiterà durante la giornata. Lavate con acqua benedetta una volta tornati a casa.
  • Non schifatevi di niente

Detto ciò, il festival si è rivelato una delle esperienze più belle che abbia fatto in trenta…ahem anni di vita. Ineccepibile dal punto di vista organizzativo e intenso da quello emotivo. Stare lì con mia sorella, vederla cantare le canzoni con la stessa energia di quando aveva appena dieci anni, fermarci a prendere il fish’n’chips sulla via del ritorno. Ecco, tutto questo ha un prezzo, visto quanto è cara Londra, ma è un costo che sosterrei anche nelle prossime vite per vederla sorridere così. Anche se ho dovuto farmi spezzare il cuore per capirlo.

GIORNO TRE – Essere ospiti di una persona che vive nella città che stai visitando, ha i suoi risvolti positivi. Puoi fare la vita che fa lei, evitando di cadere nelle solite trappole da turisti. Perciò, dopo un lento risveglio, decidiamo di uscire per comprare l’occorrente per preparare la colazione a casa. Il problema è che a Londra anche il più piccolo degli alimentari ha cose straordinarie e mai viste, quindi finiamo per comprare più del dovuto. E a proposito di più del dovuto, pensare di venire in questa città senza acquistare nulla, è come dirsi che dopo Natale tutti a dieta. Finita la pantagruelica colazione, torniamo a Camden Town per cercare alcune cose da riportare a casa, con l’idea di proseguire non ricordo neanche dove. Epic fail.

Il mercato al coperto è così pieno di artisti e artigiani che vendono le cose più disparate da impedirci qualsiasi altra azione che non sia comprare. Al grido di “Oddio ma hai visto questo?”, passiamo quasi tutta la giornata a riempirci gli occhi e a farci svuotare il portafogli da articoli irrinunciabili. Per esempio una camicia con tanti Bart Simpson disegnati che non ho ancora idea quando né se metterò, ma che non potevo lasciare sul banco. Distrutte da quella sessione compulsiva di shopping e ancora stremate dal concerto del giorno precedente, abbandoniamo ogni velleità di visitare qualcosa e ci rifugiamo in un ristorante turco, il Tad. Nonostante l’abbondante colazione, troviamo lo spazio per ordinare l’agnello e altre specialità speziate che ci danno il colpo di grazia. Infatti torniamo a casa per un sonnellino cercando di renderci di nuovo umane. Una volta tornate presentabili, concludiamo la serata al Venerdì, un locale italiano con i tavoli fuori e un’atmosfera così piacevole da farci indugiare per un bicchiere in più di vino bianco ghiacciato.

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GIORNO QUATTRO – È il giorno della partenza. Abbiamo fatto entrare a calci i nuovi acquisti nella valigia e ci apprestiamo ad andare in aeroporto. C’è però ancora il tempo di vedere qualcosa. La prima tappa è allo Sky Garden, un giardino pensile ospitato all’ultimo piano di un grattacielo, da cui si può godere di una vista panoramica di Londra dall’alto. Il posto è suggestivo, ampie vetrate che si affacciano sulla città e all’interno una vegetazione rigogliosa che fa immediatamente Jurassic Park. L’entrata è gratuita ma la visita va prenotata online e i controlli all’ingresso sono sufficientemente severi. Una volta saliti in cima, è così tanta la bellezza che sarete ripagati di qualsiasi cosa. Subito dopo facciamo una passeggiata lungo il Tamigi fino quasi ad arrivare sotto il Tower Bridge, per poi farci tentare da Oxford Street. Premesso che a Londra spenderesti tutti i tuoi soldi solo per tutte le marche di shampoo esistenti, Oxford Street è la Mecca dello shopping. Entriamo da Primark pensando di starci al massimo mezz’ora e ne usciamo giusto in tempo per non perdere l’aereo.

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Il viaggio finisce con un trolley ai limiti della legalità, uno dei concerti più emozionanti della mia vita, una mini vacanza con la mia ritrovata sorella e un kg in più. Ho imparato che a Londra guidano come matti ma considerano le strisce pedonali sacre, che stare al piano superiore di un double-decker bus ti toglie dieci anni di vita e che puoi vestire davvero come vuoi senza essere giudicato. Mi sono ricordata di quanto è bello avere una sorella che avrei scelto anche come amica, anche quando i nostri caratteri vanno in conflitto.  Che gli amori possono finire per lasciare spazio a un sentimento più rigoglioso. Che si può pagare con la carta anche solo un caffè.

Ciao Londra, ci vediamo tra qualche stipendio.

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Il cielo d’Irlanda

Ci sono momenti che vanno considerati come fasi di passaggio, riti di iniziazione a uno stadio successivo di vita più maturo e consapevole: il primo bacio, la prima ferita sul cuore, la prima ceretta integrale. Tra tutti questi mattoncini che andranno a comporre il nostro io futuro, una cosa da fare almeno una volta è partire con le amiche. A questa grande rivelazione ci sono arrivata un po’ tardi ma ci sono arrivata, d’altronde sono bionda e più di tanto non posso pretendere da me stessa.

Facciamo subito una premessa, così ci leviamo il pensiero. Io non amo particolarmente alcune situazioni sociali che altri ritengono più che accettabili: tollero il contatto fisico solo se proviene dall’amante di turno, non mi piace dormire con amiche e/o parenti e preferisco viaggiare in coppia. Quindi per me scegliere di viaggiare con due amiche è stato seriamente un mettermi in discussione in un periodo in cui la mia vita già aveva preso una svolta inaspettata. Ma andiamo con ordine perché già sento il filo del discorso lasciarmi e nessuna Arianna a tenerlo per me.

GIORNO UNO – La meta del nostro viaggio, da subito, era ricaduta su Dublino. Ci avevano sconsigliato di andarci a gennaio, troppo freddo, troppo umido, troppo tutto dicevano, ma siccome vola solo chi osa farlo (soprattutto con Ryan Air che saluto con lo stesso trasporto che i coniugi Rosa e Olindo riservavano ai vicini di casa), abbiamo deciso di partire comunque.

La città ci accoglie così come ce l’aspettavamo: grigia sotto un cielo pesante di pioggia sottile. Ce l’avete presente quando incontrate una persona e, nonostante tutti gli sforzi per convincervi del contrario, sentite che state per prendere una cotta in pieno viso? Sì che ce l’avete presente teneroni che non siete altro. Mentre la città comincia a prendere forma dietro i finestrini dell’autobus, io sento che sarà una di quelle vacanze che non dimenticherò facilmente. Come avrei scoperto nei giorni a venire, l’Irlanda è di una magnificenza non urlata che mi ha fatto innamorare abbastanza velocemente.  In più quel tipo di clima non mi dispiace affatto. Preferisco scrivere “t’amo” sulla neve che non sulla sabbia.

Dall’aeroporto prendiamo un pullman a due piani che ci scarica direttamente nel quartiere di Temple Bar, l’ora di pranzo è passata da tempo e sulla strada verso il nostro appartamento, decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa. Apro di nuovo una parentesi così facciamo cambiare un po’ l’aria. A Dublino, come in quasi tutte le grandi capitali, si può trovare una larga offerta alimentare. Magari non i rigatoni con la pajata, anche se non ne sono così certa, ma di sicuro la scelta è variegata. Noi  però abbiamo deciso di dedicarci esclusivamente ai pub, quattro giorni di full immersion in quella che ci sembrava la parte più verace d’Irlanda.

Primo tappa, il Porterhouse Temple Bar. Quasi tutti quelli che sono stati a Dublino di solito esordiscono con “Ci sei stato in quel pub carinissimo con gli interni in legno?”. Ecco, è come dire a uno che è appena tornato da Roma se ha camminato sui sampietrini. La maggior parte delle birrerie hanno gli interni in legno e sono così deliziose da farti venire voglia di viverci dentro. La ragazza che prende le nostre ordinazioni ha un sorriso accogliente così come tanti degli irlandesi che abbiamo incontrato durante la nostra vacanza. Prendiamo delle alette di pollo glassate al miele e salsa barbecue che da sole valgono il prezzo del biglietto. Siccome sono molto attenta a onorare gli usi e i costumi dei luoghi che visito, da quel momento la mia quasi esclusiva fonte di idratazione sarà la birra. Accompagno, quindi, il mio sandwich con una Oyster Stout che mi mette subito a mio agio.

Una cosa importante da sapere, anche ovvia, ma che comunque vale la pena sottolineare è che in Irlanda i piatti sono considerevolmente abbondanti. Non avendo il nostro schema tattico antipasto/primo/secondo, vengono serviti dei piatti che pesano quanto un bambino di sei mesi. Tu sei convinto di aver preso dell’arrosto, loro lo accompagnano con quindici verdure diverse, trentadue varietà di patate e ricoprono il tutto con una salsa ai trigliceridi. Speranze di salvarvi: nessuna, ma tanto moriremo tutti, tanto vale che succeda sotto una valanga di salsa al formaggio.

Arranchiamo verso il nostro appartamento prenotato su Airbnb, dove ci diamo una veloce sistemata prima di fare un giro di ricognizione nel nostro quartiere.

La paura maggiore quando ho deciso di intraprendere questo viaggio risiedeva nell’età delle mie compagne di avventura, due ventenni splendide e intraprendenti, che già riuscivo a immaginarmi mentre mi trascinavano nei peggiori bar di Dublino a vivere serate dissennate ad alta gradazione alcolica. Sbagliato. Mai sottovalutare, infatti, la potenza dello scoutismo. Prima che giovani, queste due erano state scout e quindi non solo avevano sempre nelle loro borse generi di prima necessità, ma anche un grande senso del dovere. Il giorno dopo ci aspettava una levataccia e quindi l’unica concessione della serata è una Shepherd’s pie da O’Neill’s. Dicesi Sheperd’s pie un piatto così calorico che te lo serve direttamente un chirurgo vascolare e che si presenta come una cupola di purè, al di sotto della quale giace un ragù di agnello e piselli. Alla prima cucchiaiata la sorpresa di affondare fino a questo magma saporito di carne, alla seconda sei già in fila all’anagrafe per farti cambiare cognome in Malone.

Apro una parentesi e poi l’ultimo la chiuda, questa storia che l’Italia ha la cucina migliore del mondo e il mare bello che pare di stare ai Caraibi e Spinaceto che tutto sommato pensavo peggio, va ridimensionata. Io a Dublino ho mangiato bene nonostante quattro giorni senza pasta e sono qui per raccontarlo. Ma andiamo avanti.

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GIORNO DUE – Cliffs of Moher. Letteralmente all’alba del giorno dopo ci svegliamo per intraprendere il nostro primo tour. Come funziona: ci sono delle compagnie che offrono la possibilità di fare dei tour in giornata alla scoperta dei dintorni di Dublino. Noi abbiamo scelto la Paddywagon Tours e in particolare l’itinerario delle Cliffs of Moher, scogliere imponenti a picco sul mare. La prima tappa è nel piccolo villaggio di pescatori di Kinvara, dove una manciata di case colorate si affacciano sul porto. Come ho già premesso all’inizio, L’Irlanda è di una bellezza sorprendente. Tu credi di conoscerla in parte per via dei film visti, ma quando ci sei, ti coglie impreparato. Ogni metro quadrato racconta una storia, ti parla di leggende e ti sussurra incatesimi. Qui fotografare diventa quasi un’urgenza. Anche solo gli spostamenti tra un paesino e l’altro sono degni di nota, perché la natura magnifica incornicia qualsiasi cosa.

Attraversando la strada che costeggia le scogliere, lasciamo Kinvara e raggiungiamo il Burren, un tavolato calcareo che ospita anche le Mini Cliffs, un assaggio delle sorelle più grandi che avremmo incontrato di lì a poco. Ora, perché vengano chiamate mini io non l’ho capito, a me sono sembrate sufficientemente alte per morire sul colpo scivolandoci sopra. Avete presente Bear Grylls? Ecco, io sono dall’altra parte della scala evolutiva, quindi mi rendo conto di esagerare un tantinello, ma ricordate che in Irlanda soffiano dei venti abbastanza burrascosi. Quindi se avete voglia di farvi un selfie sul bordo di un’altissima scogliera, fate prima testamento.

Nel frattempo si fa l’ora di pranzo, che più o meno è sacra in ogni paese. Ci fermiamo a Doolin, un altro piccolo villaggio dove finalmente assaggio la seafood chowder, una vellutata di pesce che ogni menù irlandese vi propinerà. Zuppa gustosa che però non ha abbastanza grassi per i miei gusti e che decido di annaffiare con una birra chiara nel rispetto delle tradizioni. Qui bere è un imperativo e io ho obbedito tutto il tempo.

Finito di mangiare, arriviamo alla tappa protagonista del tour: le Cliffs of Moher. Vorrei conoscere sufficienti vocaboli per restituire un quarto dell’effetto che queste scogliere fanno, mentre il vento soffia prepotente e l’oceano ribolle metri più giù. Ma purtroppo sono bionda e mi limito a insistere affinché una volta nella vita andiate da quelle parti. Anche perché, se siete fortunati, anche se è una giornata plumbea in cui la pioggia vi sferza il viso e voi vi state chiedendo come si bestemmia in gaelico, i raggi del sole squarceranno all’improvviso il cielo e voi starete lì, inebetiti, convinti per un attimo che questo sia davvero il migliore dei mondi possibili.

Finiamo la serata allo J.W.Sweetman, un elegante pub in legno con i camini accesi e un gruppo di musiche tradizionali dal vivo. Calorie ingurgitate per superare lo stato di ipotermia da scogliere suggestive ma fredde: un miliardo. Vite umane riportate a casa: tutte.

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GIORNO TRE – Giant’s Causeway. Un’altra cosa che abbiamo imparato da questa esperienza, è che l’Irlanda è piccola ma piena zeppa di posti da visitare, quindi incuranti della mancanza di sonno che comincia ad affacciarsi sui nostri volti, all’alba della mattina dopo siamo di nuovo su un pullman stavolta in direzione Giant’s Causeway.

Una piccola curiosità per gli amanti del genere: questo tour ripercorre diversi dei set usati per Game of Thrones. Se siete degli appassionati come la sottoscritta, verrete guardati male dalle vostre compagne di viaggio mentre lanciate gridolini entusiasti ogni cinquecento metri, ma conquisterete per sempre il cuore del vostro fidanzato nerd. Non avete un fidanzato nerd? Nella prossima puntata vi spiegherò come catturarne uno mettendo un piatto di biscotti davanti a un anime giapponese.

Ma torniamo a noi. Giant’s Causeway, o Selciato del Gigante, è un sito UNESCO che prende il suo nome dalle colonne basaltiche che si sono formate a causa di un’eruzione vulcanica. La leggenda vuole che queste colonne formassero invece una strada che portava il gigante irlandese Finn McCool dal suo acerrimo nemico scozzese. Quello che oggi ci rimane è un luogo che ha una potenza emotiva che lascia senza fiato, tutto qui è maestoso.

Lasciato a malincuore il Selciato del Gigante, raggiungiamo The Dark Hedges, un viale suggestivo dove i faggi, voluti dalla famiglia Stuart nel XVIII secolo per impressionare gli ospiti, hanno formato un’intricata galleria di rami. Obbligatoria è la foto e il successivo intervento di Photoshop per togliere le millemila persone che, come voi, sono accorse per vedere questo fenomeno.

Si continua ancora attraverso paesaggi dai colori vividi nonostante il grigio portato dalle nuvole, per concludere il tour a Belfast, dove però ci fermiamo troppo velocemente per poter esprimere un giudizio. Se però devo esprimere un giudizio a pelle, allora posso dire che l’ho trovata meno caratteristica di Dublino, ma mi riservo il diritto di tornarci.

Come luogo per la nostra ultima cena irlandese, scegliamo l’Old Storehouse, un pub dove finalmente assaggio il fish and chips. Buono ma senza le vertigini che mi ha dato la carne locale.

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GIORNO QUATTRO – Dublino sa essere essere anche una zuzzurellona e decide di farci trovare una giornata primaverile prima di riprendere l’aereo. Ne approfittiamo per vedere velocemente il Dublin Castle e la St. Patrick’s Cathedral, per poi fermarci al Trinity College, uno degli istituti più antichi di Irlanda che per un momento mi ha fatto venire voglia di tornare sui banchi. Poi per fortuna sono stata distratta da uno scoiattolo che mangiava i fiori delle aiuole ed è passato tutto. In uno degli edifici che compongono il Trinity è ospitata la Old Library, una prestigiosa biblioteca con oltre 200.000 volumi tra cui The Book of Kells, un antico manoscritto miniato di così alto valore da essere tenuto in una teca.

La cosa che a me personalmente ha più colpito della biblioteca è stato l’odore prima ancora di vederla, quell’odore di volumi antichi e legno e umido. Un profumo ancestrale di tradizioni sempiterne. E quando finalmente accedi alla sala, la magnificenza degli archi e dei marmi ti lascia in un deferente silenzio. Non so se si è intuito, ma le biblioteche hanno un grande effetto su di me.

Tornate nel sole cittadino, risaliamo su per Grafton Sreet (una delle strade più frequentate) fino a St. Stephen’s Green, un parco lussureggiante dove passeggiamo tra i cigni e ci godiamo le ultime ore prima del ritorno.

Il nostro viaggio finisce qui, in una giornata luminosa che fa presagire la primavera. E questo è il momento in cui tiro le conclusioni di un viaggio che ha avuto dell’incredibile:

  • Ho bevuto sempre, pranzo e cena, sono molto rispettosa delle tradizioni altrui. Il picco l’ho raggiunto quando sull’aereo le mie compagne di avventura hanno intavolato un frizzantissimo gioco chiamato “contiamo quante birre ha bevuto Agnese in quattro giorni”. Mai abbastanza comunque.
  • L’Irlanda può non essere facile: ventosa, fredda, piovigginosa. Ma si fa perdonare.
  • Un viaggio può essere terapeutico e le persone che ti accompagnano dei potenti medicinali se sono quelle giuste. Per questo io ringrazierò sempre Benedetta e Silvia per avermi convinto a fare questa esperienza. È merito loro se da quel momento ho ricominciato a ricucire le mie ferite.

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Travel

Genova more than this

Quando qualche tempo fa mi è arrivata un’e-mail con cui venivo invitata a passare un weekend a Genova in occasione dei 25 anni del Porto Antico e dell’Acquario, la prima cosa che ho pensato è stata: Genova?Diciamocelo, la città ligure in passato era fuori dai circuiti turistici tradizionali e questo la rendeva una destinazione insolita a cui pensare. Le poche informazioni che avevo risalivano ai tempi delle elementari e alla triste vicenda del G8. Il motivo per cui accetto volentieri di andare lì è principalmente l’acquario, l’idea di vedere i delfini e gli squali mi riempie di eccitazione, per il resto non ho particolari opinioni su cosa aspettarmi. Ed è questo il bello di Genova. Recentemente è uscito un articolo del New York Times in cui si promuove la città come capitale europea da non perdere. Non è Roma né Venezia e forse è proprio questo che le conferisce lo status di luogo da vedere. Non ha percorsi obbligatori, tappe da onorare necessariamente. Genova si lascia scoprire nelle sue mille sfaccettature, nei segni che le varie dominazioni hanno lasciato e nell’orgoglio della sua gente. La Superba la chiamavano e a ragione.
È una città di mare, è una città barocca, è una città rinascimentale, sfugge a qualsiasi definizione e per secoli ha avuto il controllo del mare. Nel 1358 Petrarca scriveva: “Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”. Nel 2017 io la scopro per la prima volta.

GIORNO UNO – Arriviamo a Genova in una giornata plumbea che promette pioggia e poi la manterrà. La prima cosa che penso camminando dalla stazione all’albergo che ci avrebbe ospitato è: “Ammazza quanto è grande ‘sta Genova”, per poi concludere subito dopo che mi ricordava qualcosa.
Non so cosa mi aspettassi, forse un paesino di pescatori norvegese e invece la città ligure è una capitale europea a tutti gli effetti che trasmette fin dal primo impatto il suo essere multiforme.
L’Hotel Bristol Palace è un albergo in stile liberty con una scalinata centrale talmente imponente da farti capire subito chi è comanda. Il privilegio di poter visitare alcuni luoghi da ospite, sta anche nelle comodità messe a tua disposizione. Quando entro in camera sono indecisa se dormire sul letto a sei piazze o nella doccia da dodici.
Invece è tempo di conoscere la città: punto di incontro è Piazza De Ferrari, la principale piazza di Genova in cui troneggia una fontana di bronzo e su cui affacciano alcuni importanti edifici come il Palazzo della Regione Liguria e il Teatro Carlo Felice.
Una cosa che non va mai dimenticata quando si conosce Genova, è il suo essere una città di mare. La sua cultura, le sue tradizioni, tutta la vita dei genovesi ruota intorno a questo elemento. Basti pensare che chiamano “salite” anche le discese, perché qualsiasi strada la considerano a partire dal porto.
Ed è proprio al Porto Antico che ci dirigiamo per conoscere la sua storia e fare un tour delle sue attrazioni. Sarò breve perché la città merita una visita e se vi dico già come va a finire, che lo guardate a fa’ sto film?
Però va detto che questa zona, che ora copre un’area considerevole, dopo aver conosciuto secoli di splendore è stata abbandonata progressivamente a partire dal secondo dopoguerra fino al ’92. Quell’anno, in occasione delle celebrazioni per i 500 anni della scoperta dell’America, fu organizzato un’Expo Internazionale e affidata a Renzo Piano la riqualificazione del posto.
Quello che oggi si mostra è un punto nevralgico della città, in cui convogliare le attività culturali e sociali dei genovesi. Qui, per esempio, si può fare un giro sul Bigo, un ascensore panoramico che offre la possibilità di una vista a 360 gradi del capoluogo ligure. Ma c’è molto altro da fare e da vedere. Per esempio un aperitivo da 0’Bleu, un locale ospitato su una chiatta dove si beve e si mangiano prodotti del luogo. Finiamo la serata tra i “caruggi”, i vicoli di Genova dove è d’obbligo fermarsi per assaggiare un “asinello”, un vino aromatizzato alle erbe.
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GIORNO DUE – So che oggi è il giorno che più attendo, la visita all’Acquario, ma quando vedo la colazione penso di non poterla lasciare più. Invece devo salutarla, le prometto che ci vedremo il giorno dopo e mi dirigo con i miei compagni di avventura a conoscere la città attraverso le sue botteghe storiche. E quando dicono storiche, lo dovete prendere letteralmente. Infatti questi negozi, per entrare a far parte dell’Albo voluto da una serie di enti per proteggere questo patrimonio locale, devono avere almeno 70 anni di attività e altri requisiti tra cui arredi o attrezzature d’epoca.
Tra le tante botteghe visitate, ne cito una in particolare – l’Antica Confetteria Romanengo – dove ho assaggiato un fondant alla lavanda che mi ha assicurato una visita dal dentista e un’impennata glicemica da visione della Madonna.
A proposito della Signora Maria, un elemento tipico nell’architettura genovese è l’edicola votiva dedicata alla Stella Maris, la protettrice dei mari, uno degli appellativi dati alla Vergine Maria.
Tutto qui parla di mare e la città riesce nell’intento di farti respirare quell’atmosfera che l’ha resa “La Superba”.
Proseguiamo prendendo la funicolare che ci porta alla salita della Spianata di Castelletto e da lì ci godiamo lo spettacolo che Genova ci offre sui suoi tetti, le terrazze, le torri e in lontananza l’onnipresente mare.
All’inizio ho detto che è una città, questa, che si sviluppa in verticale. Non dimenticatelo quando dovrete salire scale, strade o vicoli strettissimi e vi chiederete “ma come fanno gli anziani a non rompersi un femore un giorno sì e l’altro pure?”. Non avrete risposta alla vostra domanda, ma troverete dei panorami talmente mozzafiato, che ripagheranno la scalata appena fatta.
Prima di pranzo abbiamo il tempo di far visita al Palazzo Rosso, una delle dimore d’epoca inserita nel sistema dei “Palazzi dei Rolli”, un’area dichiarata patrimonio UNESCO. Si tratta di una serie di residenze nobiliari, i cui proprietari, per un decreto del 1576, erano obbligati ad accogliere le visite di stato.
La vista, dal tetto di Palazzo Rosso, è magnifica.
Il pranzo viene servito nel ristorante I Tre Merli, dove assaggiamo la focaccia al formaggio e altre specialità liguri che ripristinano le eventuali calorie perse durante la mattina.
Il pomeriggio è dedicato all’Acquario e alla scoperta del mondo sottomarino. Stiamo parlando dell’acquario più grande d’Italia, che ospita esemplari mai visti e conosciuti.
Ma la cosa più emozionante, quello che mi ha lasciato a bocca aperta, è stata l’esperienza che ci è stata offerta. Ce l’avete presente l’infanzia che si presenta prepotente sotto forma di ricordi disneyani? All’improvviso ho cinque anni e piango di fronte a una violinista che accompagna la danza dei delfini sulle note di “Oceania”. Batto le mani felice di fronte alla vasca dei pinguini e mi lascio ipnotizzare dal movimento sinuoso delle meduse. Non lascio che demolisca il mio entusiasmo fanciullesco neanche la guida che, scandendo bene le parole, chiede “Dov’è la signora che voleva vedere gli squali?”. La signora sono io e tu, guida, hai appena conosciuto la mia misericordia.
Le ore scorrono troppo velocemente dentro quel mondo ovattato ed è già ora di proseguire verso la prossima tappa: il Galata Museo del Mare.
Come vi dicevo, Genova non dimentica le sue origini e non permette al visitatore di farlo. Facciamo prima un giro sul Nazario Sauro, un sommergibile ormeggiato nel Porto Antico. Siete mai stati su un’imbarcazione del genere? È bassa, stretta, soffocante. Io ho problemi a dividere il bagno con il mio fidanzato, figuriamoci un sommergibile. Ma l’esperienza vale il prezzo del biglietto.
È la volta, poi, del Galata, un museo che ha il compito di accompagnare il visitatore attraverso la vita di mare nelle varie epoche. Una menzione speciale va alla ricostruzione del periodo delle migrazioni dei nostri concittadini verso l’America, un modo toccante e realistico di mostrare parte della nostra storia, in un momento storico in cui è tornato forte il tema dell’immigrazione.
La serata si conclude con una cena ligure servita nel ristorante Gusto a Bordo, il locale dell’Acquario di Genova che affaccia sul porto.
 
  
GIORNO TRE – Il mio viaggio sta per concludersi e lo sta per fare alla grande. Visitiamo, infatti, Nervi, un quartiere residenziale di Genova, talmente diverso dal centro della città da sembrare un comune a sé. Facciamo un giro nel verde dei parchi che offrono uno spettacolo rigoglioso anche sotto il peso di un cielo grigio. Attraversiamo la passeggiata Anita Garibaldi, una passerella situata su una scogliera, che offre la possibilità di guardare il mare ribollire sotto di noi, nero e minaccioso come questa giornata. E infine il pranzo luculliano nel ristorante dei Bagni Medusa, dove finalmente ci concediamo un lungo riposo prima della partenza. C’è chi prende il sole, chi scatta una foto, ci sono lingue diverse che trovano il modo di farsi capire di fronte a un bicchiere di vino e il sole che ogni tanto fa capolino dalle nuvole.
La cosa difficile, quando si descrive una città, è evitare di cadere nella trappola della banalità. Il rischio è di fare del mondo un unico luogo, quasi sempre quello preferito.
Allora non dirò che a Genova mi sono sentita come se fossi a casa, non la definirò mia solo perché ci ho passato un paio di giorni. Genova è stata anche questo, ma soprattutto è stata sorprendente mentre la scoprivo. E su tutto, il mare, quel mare che lambisce la città e l’animo di chi vuole conoscerla.
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Friuli, una terra da scoprire. E da bere.

Cambiare lavoro quando hai abbondantemente superato i trenta rappresenta una seconda opportunità e una sfida al tempo stesso. Pensi che finalmente vedi riconosciute le tue capacità, quel diploma di laurea con cui tenevi fermo un tavolo traballante assume un nuovo valore, ti senti come John Travolta chiamato da Tarantino dopo essere ingrassato trenta kg e aver appeso la brillantina al chiodo.
Quello che nessuno considera, o che io non avevo considerato, è che lo stile di vita verrà completamente stravolto. E di conseguenza gli orari: la sveglia, la palestra, la spesa, la doccia. Tutto si combina in un nuovo e il più delle volte pericolante incastro. Ti porti in ufficio ventisei borse per poi correre in palestra, invece una riunione ti blocca fino a tardi. Pensi di fare la spesa subito dopo il lavoro, invece ti fermi a parlare con una collega.
In tutto ciò l’esigenza di scrivere passa in ultimo piano. Pensi che se Virginia Woolf si è suicidata e Leopardi non era l’anima della festa, tutto sommato il blog può essere accantonato.
Poi però riscopri il piacere sadico che solo un pendolare conosce. I tempi morti in attesa che appaia il numero del binario di partenza, le soste obbligate per far passare un altro treno, la vicinanza quasi imbarazzante con gli altri passeggeri. Tutti quei momenti sembrano essere lì apposta per costringerti a scrivere.
Tutta questa premessa per concludere il viaggio dello scorso settembre alla scoperta del nostro territorio, ma soprattutto dei miei organi interni. Ultima ma non meno importante tappa, il Friuli.

GIORNO UNO – Prima di incontrare l’altra metà dell’armata Brancaleone con cui concluderemo la nostra vacanza, decidiamo di passare due giorni a Tarvisio per riposare le stanche membra.
Lasciamo Venezia, i suoi ponti, i suoi spritz al costo di un tramezzino e ci dirigiamo nelle terre confinanti.
Ora, passare dal Veneto al Friuli è come stare nel mezzo di una gang bang: tu pensi di aver finito, invece il bello deve ancora arrivare.
Piccola parentesi per mamme, in particolare la mia: dicesi gang bang un’antica arte giapponese con cui gli imperatori si preparavano alla battaglia.
Tarvisio è uno di quei paesi che deve dare il meglio di sé in inverno, quando la neve copre i tetti spioventi e ti aspetti che i pali della luce siano fatti di frutta candita.
L’albergo dove passeremo due notti sembra sottolineare questa atmosfera fiabesca. L’Hotel Edelhof  è una struttura di legno e prato verde tutto intorno, dove i soffitti hanno le travi a vista e nelle camere gli armadi sono decorati con motivi tirolesi. O almeno credo tirolesi, non sono ferratissima sull’arte decorativa del nord. Al massimo conosco le dispense che trovi in edicola: “Dipingi tutta casa con il decoupage e fatti odiare da tutta la famiglia”.
Pervasi da uno spirito alpino, ci prepariamo a fare una passeggiata corroborante, quando il diavolo si presenta sotto forma di un cartello che riporta i prezzi del bar. Ora, io non so dove abitiate, ma a Roma centro un calice di vino sta sui cinque/sei euro, quindi pagarlo 1.50 ci fa abbandonare immediatamente ogni velleità da giovani marmotte e vestire i panni ben più comodi di Sid e Nancy.
Piccola parentesi per mamme, tranne la mia che comincio a pensare non sia scesa dalla montagna del sapone: Sid e Nancy erano una coppia tanto a modo, molto affiatata, con un leggerissimo problema di abuso di droghe. Però si volevano tanto bene.
Dopo questo primo benvenuto a base di rosso e prosciutto di Sauris, facciamo un giro per il paese.
Come dicevo prima, Tarvisio deve essere un paese che tocca il massimo del suo splendore in inverno. In estate sembra un luogo tranquillo, con le piste da sci ferme e verdi di un’erba brillante. In giro pochi turisti e tanti indigeni.
Mentre giriamo a vuoto, ci viene in aiuto San Tripadvisor, che ci porta in un locale gestito da una coppia di friulani duri e puri. Leggerete recensioni controverse sull’osteria Hladik, che è costoso, che la cameriera è scortese. Noi ci siamo stati due sere di seguito e siamo stati serviti sempre dal proprietario, uomo galante e disponibile. Certo, il suo obiettivo è consigliare ma anche vendere, quindi cercate di capire qual è il vino che produce lui e spenderete il giusto. D’altronde un posto dove si ferma a bere la polizia locale, per me è quello giusto. Si beve bene, si mangiano prodotti locali, il prosciutto con il kren e la zuppetta di ortiche e tarassaco valgono il prezzo del biglietto.
Finiamo la serata nel ristorante dell’hotel a onorare la cucina tradizionale. A quel punto ero ubriaca e non ricordo cosa ho mangiato, ma ho il ricordo di qualcosa di buono e saporito. Forse canederli, forse il nettare degli dei.

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GIORNO DUE – Dopo una rinvigorente colazione in un delizioso angolino del ristorante affacciato sul prato, ci dirigiamo alla conquista del monte Lussari. In noi si agitano sentimenti propositivi di purificazione dai bagordi precedenti ed espiazione di colpe future. La montagna si raggiunge tramite una funivia che porta a 1790 metri di altezza e di escursione termica. Alpini all’ascolto, io lo so che voi sapete, ma io allora no e mi sono presentata sulla cima dell’Olimpo che forse solo Paris Hilton quando la costringevano a mungere le mucche.
La cosa bella dell’altezza è che ti fa sentire allo stesso tempo il padrone del mondo e un piccolo essere al cospetto dell’universo. Ma ancora più importante è ricordare che in montagna vige un’altra temperatura, di almeno dieci gradi in meno rispetto a dove siete partiti. Quindi vestitevi a cipolla.
Oppure, dopo aver visitato il santuario e respirato così tanta aria pulita da credere di essere in paradiso, andate a scaldarvi da Jure, meglio conosciuto come Rifugio al Convento. Lì potrete trovare il giusto tepore assaggiando un capriolo al salmì con polenta o un gulasch rovente come il mio intestino. La discesa a valle vi sembrerà più leggera. In realtà sono i grassi saturi che hanno avvolto dolcemente quella parte di cervello che vi fa percepire la fatica.
La giornata prosegue verso uno dei laghi più fotografati negli ultimi tempi: Fusine.
Togliamoci subito il pensiero, i laghi in realtà sono due, ma che nessuno si offenda, quello che lascia senza parole è quello più in basso. Lì tutte le fantasie erotiche sull’essere in un set cinematografico si realizzano. L’acqua del lago ha delle sfumature che vanno dal verde al blu talmente intense da sembrare pietre preziose. Il riflesso degli alberi sul lago ha la perfezione di un disegno geometrico. Ci sono le barchette colorate ormeggiate su un pontile di legno e i bagni hanno le finestre di legno intarsiate. Se mai volessi credere al paradiso, io lo immagino così, ombreggiato e silenzioso.

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GIORNO TRE – È il giorno di riunirci ai nostri amici, ma prima di metterci in marcia per Cividale del Friuli, facciamo una capatina in Austria. Lo so, affronto le situazioni con lo stupore di un fanciullino, ma questa cosa che un attimo prima sei in Italia e un quarto d’ora dopo ti ritrovi in un altro paese, mi fa impazzire di gioia. Sarei capace di scendere dalla macchina e fare un balletto al confine, ma ho paura che mi sparino e quindi trattengo la felicità per Villach. Ho trascorso veramente troppo poco tempo lì per esprimere un giudizio sulla città e quel poco l’ho trascorso degustando una wiener schnitzel accompagnata da una birra ghiacciata. D’altronde il modo migliore per conoscere un posto, è farlo a tavola.

Nel frattempo abbiamo lasciato l’Austria e ci dirigiamo di nuovo verso il Friuli e più precisamente a Prepotto, dove saremo stati ospiti dell’azienda agricola Scribano.
Se Fusine è il paradiso, la valle dello Judrio è il paradiso accanto a Dio. Qui i filari di viti si snodano dolci sui colli morbidi e i cartelli delle case vinicole si susseguono promettenti. Il cielo all’improvviso si fa nero di pioggia e l’atmosfera assume i contorni di un dipinto fiammingo. In un attimo è il diluvio universale.
Tra le cose più belle che possono accadere mentre l’acqua scende a grappoli e i vestiti in pochi secondi diventano zuppi, è entrare dentro un posto che sa di famiglia.
Se vi trovate a passare per il Friuli e avete bisogno di una sosta che assomigli più alla vostra casa, fatevi coccolare da Caterina e Alberto.
Loro sono ragazzi giovani che hanno preso in mano le redini dell’azienda di famiglia. Qui tutto ha una storia da raccontare: dal tavolo della cucina al lavabo dietro il bancone dove ci viene offerto un bicchiere di vino.
Abbiamo già detto quel fatto del paradiso, vero? Qui è l’Eden elevato alla seconda. C’è Caterina che ha i capelli rossi e un sorriso schietto come la sua terra. C’è Alberto che ha una stretta di mano salda e rassicurante. Ci sono i cani che girano, un bambino che disegna per terra e un altro in arrivo. Dalla cucina arrivano odori invitanti e la vigna brilla della pioggia appena passata. Sembra di stare in un episodio della Casa nella Prateria, dove tutti si vogliono bene e si respira un’atmosfera di genuina felicità.
Nel frattempo sono arrivati gli altri del gruppo con cui continueremo la vacanza e insieme ci sediamo a tavola a mangiare polpette al sugo e salame. Manca la neve e poi siamo in un libro di Dickens.

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GIORNO QUATTRO – La colazione dagli Scribano è perfetta così come la immaginavo, con i piatti con i fiorellini e le marmellate fatte in casa. Vorrei poter restare qui ancora ma è già ora di ripartire, destinazione Maniago, dove avremo la possibilità di visitare il palazzo omonimo. Non prima però di aver lasciato le valigie nel delizioso appartamento a Cividale dove passeremo il resto della vacanza: Casa Julia.
Arrivati a Maniago, ad aprirci le porte della residenza è la contessa Alessandra d’Attimis Maniago, una donna energica e con il fascino d’antan che i nobili hanno per nascita.
Giriamo attraverso i giardini maestosi e le scuderie, per poi passare nelle stanze affrescate e arredate con mobili d’epoca. La particolarità del palazzo consiste nel poter offrire vitto e alloggio. Ospita infatti, all’interno del complesso, un ristorante, un albergo e offre la possibilità di celebrare matrimoni o organizzare eventi. Hanno pensato a tutto.
A noi tocca la fortuna di essere sfamati in una delle stanze cinquecentesche, dove rimane a farci compagnia anche la contessa.
Come posso spiegare il livello di eccitazione nell’essere a tavola con un nobile mentre vengono serviti dei tagliolini al prosciutto da Sauris? La sensazione è un po’ quella che immagino possa impossessarsi di un bambino in Lapponia al cospetto di Babbo Natale. Siamo satolli e increduli mentre gustiamo un pranzo regale. Troviamo addirittura la forza di prendere bonariamente in giro la contessa con delle battute da Il Secondo Tragico Fantozzi. Ora sospendiamo tutto, guardiamo il link e immaginiamo quattro disperati senza pudore che si scambiano battute con una nobile sotto gli effetti di ottime bottiglie gentilmente offerte dalla casa.
Lasciato anche il Palazzo d’Attimis Maniago e sorpresi di nuovo dalla pioggia, andiamo al lago di Barcis.
Non so come sia con il bel tempo, ma in quell’atmosfera grigia e pungente il posto è avvolto da una foschia che lo fa apparire misterioso e affascinante, come se da un momento all’altro dovesse emergere il mostro di Loch Ness. Appurato che non ci attaccherà nessuna creatura mitologica, torniamo indietro e ci prepariamo ad assaggiare il frico con la bolla preparato dal ristorante Il Campanile.
Due cose dovete sapere: in Friuli si mangia tanto e si beve sempre. Credo ci sia la gogna per gli astemi. La seconda, il frico è un impasto di patate e Montasio a forma di frittata, un agglomerato bollente e filante di millemila calorie che vi riconcilia con il mondo. Quello con la bolla si presenta come una cupola croccante sotto cui si cela la delizia di patate e formaggio. Bisogna avere due stomaci e sette vite per sopravvivere al Friuli.

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GIORNO CINQUE – È tempo di accomiatarci da Cividale. Si torna a casa, alla routine quotidiana, a un’alimentazione che preveda anche l’introduzione di verdure. Ma prima facciamo una sosta nel regno dello street food friulano. Altra cosa fondamentale da sapere su questa regione: non è mai troppo presto per cominciare a bere. Quindi le dieci e mezza del mattino ci sembra un orario ragionevole per ordinare un calice di vino bianco, frico e salame. Il giusto sprint per affrontare un ultimo giro per la città. Su tutti va nominato il Ponte del Diavolo, così chiamato perché pare sia nato da un patto che anticamente i cittadini fecero con il diavolo per ottenere un ponte che congiungesse le due sponde del fiume Natisone.

Finisce qui la nostra avventura in questa terra fiera e orgogliosa, a tratti dura a tratti accogliente, che alla faccia di chi dice che il nord Italia è emotivamente più freddo, mi ha lasciato una traccia sul cuore che saprà sempre di famiglia.

 

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