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Di buoni propositi, piccoli passi e MVP

A luglio di questo anno mi è arrivata la solita email di Aruba che mi avvertiva del dominio in scadenza. Io non scrivo più qui da febbraio o marzo, ma ho pagato diligentemente il mio obolo per la stesso motivo per cui, ogni anno, provo ad affidarmi a qualcuno che mi faccia perdere peso. Li possiamo chiamare buoni propositi.

Oppure senso di colpa, una sorta di lettera scarlatta invisibile che mi ricorda a cadenza regolare quello che potrei fare e che, invece, scelgo di non fare. Seguire un’alimentazione corretta, per me che ho problemi con la tiroide e ho familiarità con malattie metaboliche, è quasi un imperativo. Senza contare che, quest’anno, per la prima volta dopo tante oscillazioni di peso, non mi entra la maggior parte dei miei vestiti. Non mi era mai capitato: per quanto prendessi o perdessi peso, sempre quella taglia mi entrava, a volte con più fatica, a volte come un guanto.

Il concetto di Minimum Viable Product

Fatto sta che ieri (o forse l’altro ieri, non lo so, ho già perso il filo del discorso) ho letto un post su Instagram di una ragazza che seguo con piacere, Tamara Viola, che stilava un elenco di “buoni propositi”, o meglio di cose da fare/da provare a fare per migliorare la sua vita. Tra i vari punti, c’era smettere di pensare troppo e agire di più, provare a fare piccoli passi, anche microscopici, ma farli. Che è una di quelle cose che potremmo far finire nella categoria “grazie al cazzo”, ma che invece ogni tanto vanno ricordate. Anzi, di solito succede che, se un’altra persona dichiara di sentirsi come me, io mi sento meno inadeguata.

Insomma, un po’ di questo e un po’ di quello, mi hanno portato a riprendere in mano il concetto di MVP. Dice che è? La faccio semplice perché se no finisce che mi distraggo e smetto di scrivere per altri sei mesi. Dicesi MVP, o minimum viable product, il prodotto minimo funzionante che andrebbe tirato fuori per testare la bontà della propria idea. La sto riducendo all’osso, ma lo farò ancora di più. Invece che arrovellarsi se un prodotto o servizio piaceranno, perdendoci sopra anni di vita per ipotizzare ogni scenario possibile e ridurre le perdite, sarebbe opportuno uscire con una versione del prodotto/servizio base per cominciare a testare se praticamente può funzionare.

Meno male che la dovevi fare breve

Mi sento come una persona anziana a cui si chiede di raccontare un aneddoto e quella inizia dal Big Bang. Tornando al mio caso specifico, cosa posso fare di pratico per capire se vale la pena continuare a scrivere, oltre a pagare il dominio per senso di colpa?

Scrivere, appunto. Al di là delle opinioni altrui, su cosa genera revenue nel 2020 e cosa no (bello eh, non sapevo dove ficcarlo e ho deciso che qui ci stava proprio bene). Se sia opportuno tenere un blog oggi, se questa è la società dell’immagine, dei video, degli slogan, di “tanto la gente non legge più”. Ecco, ogni tanto mi ricordo che queste opinioni non vivono con me, non si chiudono la porta alle spalle la sera e si siedono sul divano con me. L’unica persona che lo fa, perché con me ci vive veramente, è il Dottore, la cui frase preferita, dopo “ti amo”, è “perché non stai scrivendo?”.

Daje con i propositi di settembre

In realtà avevo iniziato questo articolo pensando di condividere un racconto che ho scritto tanti anni fa e che mi piace ancora. Sono finita a parlare di altro, ma per oggi il mio MVP l’ho tirato fuori. In più mi è rimasta ancora la carta “racconto” per un prossimo articolo. Magari se salgo sulla bilancia scopro che ho perso un etto. E come propositi per questa prova generale di anno nuovo, mi sembra che ci siamo.

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